Piccolo diario contenente notizie,
immagini, considerazioni, racconti
e sensazioni riguardanti le opere
sotterranee artificiali della città
di Trieste e le grotte del vicino
Carso (e non solo...).
domenica 18 gennaio 2009
Sono stato sgridato perché, troppo spesso, i miei racconti trattano di temi tristi e di paura. Per rimediare a questo, ho scritto il testo seguente che, nelle mie speranze, dovrebbe in parte rimediare alle piccole critiche ricevute. Anche questo è dedicato ad una mia amica, che inevitabilmente si riconoscerà nel personaggio. Giara si svegliò all’improvviso, con un sussulto. Ricordava perfettamente quello che era successo: stava scendendo lungo una fessura non strettissima, ma sicuramente meno larga di quello che lei avrebbe voluto. Non era intimorita dai passaggi che presentavano sezioni ridotte, ma se poteva evitarli, era meglio. Così, un po’ controvoglia, si era infilata in quella spaccatura, per vedere se c’era una continuazione. Gli altri, fuori, ridevano e la prendevano in giro perché procedeva lentamente e con attenzione, ma piombò improvvisamente il silenzio quando la prima pietra iniziò a rotolare. Un rumore sordo di frana, tanta polvere e sassi che rimbalzavano da tutte le parti. La ragazza ebbe la sensazione di essere stata colpita da un masso un po’ più grande degli altri, poi si sentì come soffocare e lentamente perse i sensi.Aprendo gli occhi, Giara pensò che era tutto finito, nel senso che quello che vedeva non poteva corrispondere alla situazione nella quale si trovava realmente. Era svenuta all’interno di una stretta fessura, fra terra e pietre rotolanti, ed ora si risvegliava in un ambiente dall’aria tiepida e tersa, pervaso da una luce azzurrina e soffusa. Guardandosi attorno poteva vedere un pavimento liscio e quasi trasparente, delle pareti formate da cristalli multicolori e, cosa straordinaria, degli strani tendaggi di tessuto soffice e cangiante. “E’ il paradiso” pensò, “cosa altro può essere?”Questa considerazione prese ancora più consistenza quando apparvero le due figure. Lei era di una bellezza assoluta, aggraziata, sinuosa, perfetta nelle sue forme. Lui, d’altro canto, non era da meno. Biondo, capelli lunghi, dal fisico forte e proporzionato. Entrambi erano vestiti - in verità ben poco vestiti - con indumenti che sembravano essere ricavati da velluti e broccati, morbidi e rilucenti. Davanti a queste fantastiche figure, Giara pensò che se era veramente in paradiso, quei due dovevano essere degli angeli. Poi, il ragazzo biondo e alto iniziò a parlare “Ciao Giara. Noi sappiamo tutto di te, sappiamo quasi tutto di quello che succede fuori… Non entriamo mai in contatto con gli esseri della luce, gli umani che vivono sotto il sole e poche volte visitiamo il vostro mondo, ma nel tuo caso non abbiamo avuto scelta. Eri in difficoltà, rischiavi di morire e quindi siamo intervenuti. Noi viviamo da sempre nel mondo nascosto dei cristalli, scavato nelle viscere della terra. Vegliamo su di voi e sulle vostre azioni, però lo facciamo con estrema discrezione, non ci facciamo vedere se non è strettamente necessario. Quelle poche volte che vi siamo apparsi ci avete dato i nomi più fantasiosi, ci avete chiamati dei, angeli, fate, creature celesti, spiriti dei boschi. Per noi è lo stesso, va benissimo che nascano leggende romantiche sulla nostra esistenza, basta che nessun umano venga a conoscenza del nostro mondo e di come potervi accedere. E qui sorgono dei problemi…”.Con voce suadente continuò: “Ora tu puoi scegliere. O rimanere con noi, per sempre ma senza alcun contatto con il mondo di prima, dimenticando amici, famiglia e la vita di ogni giorno, oppure ti possiamo far ritornare da dove sei venuta, ma scorderai completamente tutto quello che hai visto. E’ una tua scelta, che devi valutare con attenzione…”Giara osservò con interesse le due figure che aveva davanti, la ragazza era bellissima e sorrideva. Il ragazzo era altrettanto bello, con i suoi occhi azzurri e l’espressione profonda. La fissava intensamente e, chissà perché, Giara pensò che se fosse rimasta in quel mondo incantato, forse, la loro intesa si sarebbe fatta più profonda ed intensa. Allo stesso tempo pensò al ragazzo che aveva lasciato fuori, nel mondo della luce, che proprio in quel momento si stava preoccupando per la sua sorte. Sorrise quasi pensando che, più che una scelta fra due mondi, fra due universi così diversi, lei stava quasi facendo una scelta fra un ragazzo moro ed un ragazzo biondo, fra una storia che fino a quel momento aveva avuto anche tanti momenti felici ed un’altra possibile storia tutta da vivere e costruire…Era veramente indecisa, perché la scelta era troppo grande ed improvvisa. Pensò agli anni trascorsi fino al quel momento ed a tutte le cose, belle e brutte, che aveva visto. Cercò di immaginarsi anche quella che avrebbe potuto essere la sua nuova vita se avesse scelto quello strano mondo, consapevole che, al momento, nulla aveva conosciuto se non l’atmosfera serena e luminosa del locale dove si trovava e la presenza di quei due esseri quasi irreali che aveva davanti.Chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi, ma nella sua mente rotolavano tante immagini, frammenti di avvenimenti, luoghi e visi in un caleidoscopio vorticoso e multicolore. Poi, con fermezza, senza capire da dove provenisse tutta quella sicurezza interiore, Giara esclamò “Io voglio ritornare al mio mondo, alla mia vita, a tutto quello che ho amato ed odiato fino ad oggi, alla mia unica ed insostituibile esistenza!”Il ragazzo sorrise e non sembrò meravigliato da quella scelta. Conosceva bene gli uomini e sapeva cosa - alla fine - era importante per loro. La fissò e con voce armoniosa disse “E così sia…” Giara si svegliò in una posizione strana e scomoda, distesa su un pavimento umido di sassi e fango. Si alzò subito in piedi e si ricordò immediatamente della frana, delle pietre che cadevano e l’investivano. Si guardò attorno, ma non vide alcuna fessura e nemmeno le tracce di una recente frana. Cosa era successo in realtà? Avanzò lentamente, alla luce della sua lampada elettrica, e - sentendo alcune voci in lontananza - si incamminò in quella direzione. Superata una curva della galleria, apparve ai suoi occhi una scena animata dove varie persone stavano scavando alacremente all’interno di una fessura intasata da massi. Quando lei apparve, all’improvviso, tutti si voltarono e rimasero in silenzio. Non era possibile! Giara doveva stare dall’altra parte della frana, magari travolta dal crollo, ed invece era lì, in piedi, che li fissava. Il primo a scuotersi fu il suo ragazzo, che le corse incontro per abbracciarla.Giara era felice e, anche se non capiva bene la situazione, era contenta di stringersi a lui. Aveva la mente leggermente confusa, con strane visioni di cristalli colorati, di luci soffuse, di volti bellissimi e rassicuranti. Le risuonavano nella testa parole come fate, spiriti, dei, angeli... Ma non si preoccupò più di tanto, perché l’abbraccio forte del “SUO” angelo dai capelli lunghi e neri era l’unica cosa che contava in quel momento.Etichette: Racconti
posted by Paolo at 18:24 |
venerdì 26 dicembre 2008
Ho sempre avuto la mania di scrivere, fin da giovane. In certi periodi rallento e penso di più, in altri produco una quantità esagerata di pagine. Non tutte mi soddisfano, però, e talvolta faccio una spietata selezione. Sul Blog ho postato vari miei scritti di fantasia (oltre alle relazioni ed alle considerazioni sul mondo sotterraneo) e, guardando a questi ultimi due anni, ho deciso di fare un po’ di ordine, sistemando e raccogliendo (in modo virtuale) le varie pagine che ho prodotto.E’ così emerso che ho pubblicato ben 24 raccontini, che seguono anche una certa logica.Ho scoperto, ad esempio, che per quanto riguarda le presenze fantastiche in grotta ho prodotto una curiosa trilogia, parlando di incontri con dee protettrici della terra (Gea), con mostri cattivi (L'essere) e con creature angeliche (Lui).Poi, ho aperto un filone di scritti che hanno visto come protagonista uno speleologo di pura fantasia (???) che ho chiamato Marco, esperto di animaletti e bacherozzi vari, al quale - all’inseguimento di strani animali (Topo e Toporagno) - ho fatto fare spesso una brutta fine, risollevando la sua triste situazione solamente in un ultimo caso (Una grotta da sogno).C’è stato anche un protagonista di nome Piero, scavatore ed indefesso disostruttore (La voragine) ed un altro di nome Rocco, bloccato dall’innalzarsi del livello dell’acqua (Piena). Entrambi mi ricordano qualcuno che conosco. Alla fine, una parte dei racconti si è rivolta pure al mondo femminile: un testo dai risvolti sexy che vede come personaggio principale Sara, che originariamente doveva chiamarsi Valeria (Passione sotterranea), e poi un’avventura che - pur vedendomi protagonista - ho dedicato all’amica Giara (Festa in miniera).Quello che è sempre prevalso (dipende probabilmente dal mio carattere…) è il filone “del mistero”, con ambientazioni tetre e di paura, come nel caso dei racconti dedicati al “battaglione fantasma” del Canin (Valeria camminava veloce) o ad altre situazioni inusuali e paranormali (La lunga discesa e Un'ombra nel buio 2). Ci sono stati, in ogni caso, anche dei racconti quasi autobiografici che, pur con risvolti di fantasia, hanno trattato di vicende veramente vissute nella mia carriera di speleologo (Solo) e delle strane sensazioni che ho provato nei sotterranei dei Gesuiti (Un'ombra nel buio 1 e La cornice di pietra), infilato in una disagevole fessura (La strettoia), o affacciato un profondo pozzo (Vertigine). Ma vi sono stati anche temi più generici, come una mia personale visione di ciò che dovrebbe essere una grotta (La grotta ideale) o le sensazioni provate su un costone carsico affacciato sul mare (Vento).Per finire, ho parlato semplicemente dell’acqua che scorre nelle sue varie forme (Acqua), di alcune situazioni che possono essere percepite in modi diversi a seconda di chi è il soggetto interessato (Eroe) ed ho inserito - con mossa subdola - anche un raccontino di pura fantascienza che non centra nulla con le grotte, ma che mi pareva abbastanza interessante(La strada è umida).Come ultima annotazione, voglio evidenziare il breve testo che prediligo e che - a suo modo - mi ha sempre commosso: non è certamente autobiografico, ma traspare fra le righe lo spirito di un vecchio speleologo che non si arrende completamente agli acciacchi degli anni che avanzano (L'orlo del pozzo).Questa è la mia scarna produzione, o meglio la parte dei miei scritti di carattere più o meno speleologico che ho deciso di inserire nelle pagine del Blog. Siccome non ho mai ricevuto proteste vere e proprie, ma solo leggeri apprezzamenti, penso che continuerò a postare altri racconti, a meno che qualcuno non mi inviti esplicitamente a desistere. Tutto dipende, quindi , da voi lettori…Etichette: Racconti
posted by Paolo at 10:32 |
sabato 13 dicembre 2008
E’ da un po’ di tempo che non scrivo qualche racconto per il blog. Così mi sono concentrato ed ho immaginato un finale un po’ diverso per una gita fatta recentemente dalla SAS. Solo un volo di fantasia, ma anche un argomento intrigante ed a suo modo affascinante, che ho già trattato. Le righe che seguono le dedico alla mia amica Giara…E’ stata una splendida giornata. Dopo aver raggiunto l’entrata della miniera e sistemato il campo, abbiamo avuto tutto il tempo per raccogliere la legna, preparare un bel cerchio di pietre e tirare fuori dagli zaini le abbondanti riserve di viveri che abbiamo portato con noi. Costine, salcicce, braciole, opportunamente condite da vino e birra. La serata si è quindi svolta con tranquillità: canti, risate e buona compagnia. L’anfratto dove abbiamo sistemato il campo si presta in maniera ottimale. Un luogo riparato, asciutto, da un lato quasi proteso su una valletta nella quale scorre un fresco torrente di montagna. Un vero spettacolo, specialmente quando la luna piena spunta dal costone di fronte, illuminando con la sua luce azzurrina le rocce e gli alberi circostanti. Alle nostre spalle, i vari imbocchi delle gallerie estrattive. Anfratti scuri, ben poco attraenti con la discesa delle tenebre, passaggi che abbiamo già esplorato ma che ora non invitano certo ad una visita notturna. Dopo la baldoria, non è rimasto altro che prepararci per andare a dormire. Qualcuno ha piantato la tenda, io ho preferito rimanere all’aperto in compagnia di Marco. La stanchezza della giornata e l’alcol bevuto mi hanno quasi portato ad un leggero stato di torpore. Quindi ho disteso il materassino, mi sono infilato nel sacco a pelo e quasi subito mi sono addormentato. In pochi secondi l’atmosfera fumosa del campo si è dissolta e sono caduto in un sonno profondo senza sogni.Non so se sia stato un rumore, oppure una specie di sensazione quella che mi ha svegliato improvvisamente. Allungando il collo riesco appena a mettere il naso fuori dal cappuccio del sacco a pelo e, pur senza occhiali, distinguo abbastanza bene la piccola cavernetta nella quale ci troviamo, in controluce sullo sfondo del cielo sereno e leggermente luminoso. La prima cosa che mi viene in mente è che qualcuno si è alzato per un bisogno improvviso, ma sento vicino a me il respiro regolare di Marco e riesco a vedere bene come la tenda sia ancora chiusa. Anzi, essendo io sdraiato proprio davanti al suo ingresso, nessuno sarebbe riuscito ad uscire, al buio, senza calpestarmi. Sto quasi per riaddormentarmi (saranno circa le quattro del mattino) quando un rumore improvviso mi fa riaprire gli occhi. Rimango immobile e dalla mia posizione riesco a guardare nella direzione di quel leggero scricchiolio. Passa qualche secondo di silenzio, poi vedo distintamente un’ombra che si scosta dalla parete per scomparire subito nell’oscurità. Non capisco bene. Qualche animale? Qualche curioso che è venuto a vedere chi ha deciso di passare la notte in questo strano posto di montagna, ben lontano da ogni centro abitato? Quasi fissando l’oscurità, intravedo che ci sono più sagome indistinte che si muovono seminascoste nel buio. Saranno dei malintenzionati? Oppure degli amici che sono venuti a farci qualche brutto scherzo? Non comprendo cosa stia succedendo. Do un colpo a Marco che è sdraiato al mio fianco, ma lui emette solo un sospiro più forte e non si sveglia. Cosa fare? Non rimane che aprire una luce e vedere chi sono questi ospiti inattesi. Faccio scorrere silenziosamente la cerniera lampo del sacco a pelo, con un balzo mi metto a sedere e contemporaneamente accendo la torcia elettrica che porto sempre con me. Sono preparato a tutto (o quasi…), ma quello che mi appare davanti è uno spettacolo che non avrei mai nemmeno immaginato. A pochi metri da noi vi sono quattro figure che sono state letteralmente bloccate dal fascio di luce della mia lampada. Sarà stato l’alcol o l’improvvisa sveglia, ma non riesco a mettere pienamente a fuoco tutta la scena. Forse, semplicemente, non voglio accettare completamente quello che appare davanti ai miei occhi. Non sono persone quelle che mi stanno fissando. Si potrebbe quasi parlare di caricature di uomini. Figure magrissime, seminude, dalla pelle grinzosa e biancastra. Sporche, deformi, quasi rattrappite. Allo stesso tempo, però, agili nei movimenti. Sorprese dalla mia luce hanno tutte reagito con rapidità, saltando, girandosi, dimenandosi quasi fossero scottate dal raggio luminoso. Io, sbalordito, non so cosa fare. Con la voce non molto ferma, riesco solamente a gridare “Chi siete, cosa volete…”. In un attimo, due di queste sagome si gettano fuori dall’ampia finestra che domina la valle. Altri due esseri, invece, passano dietro alla tenda, ribaltano gli zaini e qualche bottiglia mezza vuota avanzata dalla cena e, con un balzo, si infilano nelle gallerie buie della miniera. A tutto questo rumore, i miei compagni si svegliano. Si accendono più luci, la tenda si apre e tutti vogliono capire cosa stia succedendo. Io, ancora mezzo intrappolato nel sacco a pelo, farfuglio in maniera isterica indicando le due direzione nelle quali sono scomparse quelle strane e spaventose creature. Le torce sciabolano nella notte. Gli amici domandano, si preoccupano, cercano qualche indizio, qualche prova, ma non trovano nulla. Quando dico, poi, che due di quegli esseri sono saltati da quella specie di terrazzo che si affaccia sulla profonda valletta, vedo che inizia a serpeggiare qualche dubbio. Illuminando la parete quasi verticale che scende fino al torrente, è ben difficile pensare che qualcuno, con un balzo, sia potuto scendere da quella parte. Allora indico le tracce sul pendio di detriti che porta alla parte profonda della miniera, segni di lunghi passi che si allontanano dal campo, ma anche in questo caso mi dicono che sbaglio, che sono semplicemente le nostre tracce, che di lì siamo passati noi…Sono impaurito, frastornato e sono scosso da brividi che mi salgono lungo la schiena. Cosa ho visto veramente? Chi abbiamo incontrato in questa notte fredda di montagna?Gli altri la prendono con allegria. Mi dicono che sono ubriaco e che devo curarmi se sono soggetto ad incubi notturni. Rientrano nella tenda e riprendono a dormire come se niente fosse. Per quanto mi riguarda, non mi sfiora nemmeno l’idea di riaddormentarmi. Trovo una parete protetta, con ampia visibilità tutt’attorno, e mi accovaccio in una specie di nicchia della roccia. Rimarrò qui per tutto il tempo necessario, aspettando la luce del giorno. Non chiuderò occhio, perché questo è semplicemente impossibile dopo aver visto quello che sono convinto di aver visto. Non si è trattato di allucinazioni o di incubi. Io ho visto quelle creature. Esseri che sono usciti dalle gallerie della miniera e che, probabilmente, vivono nella parte più oscura di quei cunicoli. Durante la nostra esplorazione non abbiamo visto nessuna traccia della loro presenza, ma questo non vuole dire nulla, vi sono mille fessure, numerosi camini, tanti punti nei quali nascondersi. Solo una verifica attenta potrebbe rintracciare questi passaggi, ma certo non sarò io ad organizzare una ricerca di questo genere. Personalmente, non voglio più avere alcun contatto con questa miniera, con le sue gallerie oscure e con chi, senza mai farsi vedere, abita i suoi anfratti nascosti. Certo, siamo noi i disturbatori, quelli che hanno invaso il loro mondo rimanendo perfino durante la notte, quando il buio scende su ogni cosa ed avvolge indistintamente in dentro ed il fuori della roccia. Cosa volevano quelle strane creature? Erano intenzionate a farci del male o erano semplicemente curiose? E chi sono realmente quegli esseri? Vecchi minatori che vivono isolati nelle profondità del sottosuolo? Oppure eremiti deformi che hanno deciso di sparire dal mondo della luce per rifugiarsi nell’universo dell’oscurità? Non lo sapremo mai. Aspetto solo che il sole sorga ed ogni più piccolo rumore mi fa sobbalzare. Nelle mani stringo il mio fedele coltello a serramanico, ma sono quasi convinto che non avremo più altre sorprese, per questa notte. Domani, con la luce, cercherò di convincere i miei amici a scendere il prima possibile verso valle. Farò lo spiritoso, dirò che – ovviamente – mi sono sbagliato, offrirò da bere a tutti ridendo delle mie visioni. Ma dentro di me so che è tutto vero. Io ho visto veramente quelle figure nella notte. Speriamo che l’alba arrivi rapidamente… Etichette: Racconti
posted by Paolo at 18:54 |
mercoledì 20 agosto 2008
Il racconto che segue ricalca, in qualche modo, alcune situazioni che ho vissuto direttamente: penso che a quasi tutti gli speleologi attivi sia capitato, prima o poi, di confrontarsi con la piena, l’inesorabile alzarsi del livello dell’acqua a causa di una inaspettata pioggia esterna. Nella maggior parte dei casi si esce, magari con qualche bagno di troppo. In altri casi non rimane che sedersi ed aspettare. Nelle righe che propongo, invece, la soluzione sarà del tutto naturale ed inaspettata… La piena (racconto)L’acqua saliva inesorabilmente.Rocco aveva arrampicato lungo quel camino con tutta la velocità che poteva, ma a quel punto la situazione si faceva estremamente delicata. Dopo aver presentato una certa facilità nei primi metri, il passaggio verticale si presentava, ora, privo di appigli e, pur osservando con attenzione le pareti, non si riusciva ad intravedere una linea di possibile salita.L’acqua, in compenso, cresceva sempre. Non velocissima, ma costante: ancora una decina di minuti ed avrebbe raggiunto la posizione nella quale si era rifugiato lo speleologo.Lui era entrato in grotta con il cielo terso ed il sole che splendeva ma, da quello che stava vedendo, era chiaro che subito dopo erano arrivate le nuvole ed aveva iniziato a piovere. Sicuramente un maltempo non previsto dalle previsioni meteo e per questo inaspettato e pericoloso.L’acqua continuava ad incrementare e non c’era altra possibilità che di salire ulteriormente. Rocco puntò deciso all’unico appiglio evidente posto sopra di lui, una specie di piccola stalattite saldata ad una protuberanza della roccia e, facendo forza, riuscì ad issarsi di circa un metro. Uno sforzo per afferrare una lama appena staccata dalla parete ed un ultimo slancio per raggiungere un minuscolo terrazzino sospeso sul vuoto, che rappresentava l’ultima possibilità di alzarsi: appena sopra, il pozzo si chiudeva definitivamente con un soffitto piano e liscio. Il ragazzo cercò, per quanto possibile, di accomodarsi sullo spuntone raggiunto e guardò in basso: la superficie piatta dell’acqua si avvicinava con una velocità che sembrava ancora aumentata rispetto a prima e che si poteva chiaramente percepire: centimetro dopo centimetro, lo specchio rilucente gli correva incontro, senza alcuna incertezza.Ci vollero circa altri 10 minuti, perché l’acqua riuscisse a raggiungere i suoi stivali, per poi continuare a salire. Rocco, infreddolito, non poté fare altro che osservare, quasi distaccato, come ben presto sarebbe stato raggiunto il soffitto ed il pozzo sarebbe finito completamente allagato. C’erano già state notizie relative a queste piene straordinarie che, in tempi brevi, riuscivano a sommergere i rami profondi della grotta a causa di un sifone che non riusciva a smaltire l’acqua che arrivava abbondante dall’esterno, ma mai lo speleologo avrebbe pensato di dover verificare personalmente tale congettura. Non c’era più nulla da fare. Il livello dell’acqua salì ancora e raggiunse il petto di Rocco: non serviva a nulla ribellarsi, lottare contro quel destino ingiusto. Forse era meglio lasciarsi andare, accettare in qualche modo il destino e, quasi quasi, assecondarlo, accoglierlo, pensare che, alla fine, forse quello era il momento che era già stato scritto da qualche parte, che - grotta o non grotta - era arrivato, comunque, al capolinea della sua esistenza.Fu in quel preciso momento che avvenne il miracolo. Con un forte rombo, l’acqua parve sprofondare. Con un vortice prima appena accennato, poi sempre più evidente e ribollente di schiuma, il livello iniziò a scendere velocemente. In qualche minuto non solo il ragazzo si trovò all’asciutto, ma addirittura, pur sporgendosi per guardare in basso, non riuscì più a vedere traccia dell’acqua. Solo pareti lucide e poche gocce che si rincorrevano sulla asperità della roccia.Era salvo. Era accaduto qualcosa di misterioso e potente che, all’ultimo momento, lo aveva salvato.Rocco cercò di pensare, si sforzò di capire ed improvvisamente afferrò cosa era successo. Si raccontava che la grotta nella quale si trovava doveva essere in diretto collegamento con una grande risorgiva posta nella valle sottostante. Per il momento nessuna conferma diretta, in quanto non era stata ancora mai tentata una tracciatura delle acque, ma molti speleologi erano convinti che le due cavità fossero realmente unite. La risorgiva era famosa per il suo particolare funzionamento discontinuo, con emissioni ad intervalli quasi regolari. In molti pensavano che il tutto dipendesse dalla presenza di un “sifone intermittente” che, dopo un periodo di caricamento, riversava improvvisamente tutta l’acqua accumulata, per poi riprendere nuovamente il proprio ciclo di riempimento. Ora la situazione era chiara. L’acqua che scendeva copiosa in profondità in occasione delle grandi precipitazioni veniva bloccata da un sifone dalla particolare configurazione che non permetteva lo smaltimento della portata idrica. Il livello così saliva velocemente fino ad arrivare ad una quota massima che innescava lo scarico improvviso e violento dell’acqua accumulata attraverso lo stesso sifone.Rocco si era salvato perché si era trovato alla quota giusta e nel momento giusto. Rocco si era salvato grazie ad un processo naturale raro e particolare, che - pur essendo citato in tante pubblicazioni di geologia - presentava pochi casi reali nel mondo.Lo speleologo decise che avrebbe approfondito meglio questi meccanismi naturali, i misteriosi percorsi dell’acqua, gli equilibri che regolano da migliaia d’anni i flussi idrici sotterranei di questa parte della montagna. Quindi iniziò a calarsi lungo quello stretto camino, pensando che la vita - nonostante qualche piccolo incidente di percorso - era veramente bella…Etichette: Racconti
posted by Paolo at 21:47 |
mercoledì 18 giugno 2008
Quello che segue è un piccolo racconto riguardante un avvenimento particolare, visto in prima persona dal protagonista. Uno speleo rischia la propria vita per salvare quella di un altro, ma il suo commento è alquanto discorde da quello che normalmente ci si potrebbe aspettare. Lo stesso accadimento, infatti, può essere visto, da persone diverse, in modo diverso. Nel caso che segue, l’approccio è sicuramente un po’ cinico e provocatorio.Eroe (racconto) “Eroe! Sei un vero eroe!”Queste sono le parole che mi vengono ripetute ora che, a conclusione di tutto quello che è successo, è giunto finalmente il tempo dei commenti e delle pacche sulle spalle.Eroe… proprio io… che sono una persona tranquilla, attenta, quasi pavida in certe situazioni…Non ho fatto nulla di eccezionale. Il cunicolo ha cominciato a dare dei segni di cedimento, tutti se la sono data a gambe, ma io ho visto che qualcuno era rimasto bloccato nel tratto più stretto del passaggio e sono ritornato indietro.Ed ho fatto la cosa più insensata che potevo fare, mi sono ricacciato nel pericolo.Certo, tutto è andato per il meglio, sono riuscito a spostare il compagno (che tra l’altro conoscevo appena), siamo stati solo parzialmente travolti dalla frana e, dopo ore di scavo, i soccorritori sono riusciti a tirarci fuori quasi incolumi, ma in realtà ho seguito il comportamento più illogico e sconsiderato che potevo scegliere. E’ stato un modo di agire che ha fatto violenza all’atavico sentimento di sopravvivenza e di autoconservazione presente nell’uomo.Ho anche la sensazione di aver tradito la responsabilità che devo alla mia famiglia. Cosa si sarebbe potuto dire ad un ragazzina se suo padre fosse morto nel patetico tentativo di salvare un'altra persona, comunque destinata anch’essa alla stessa fine?Stupido il primo che si è ficcato nei guai, doppiamente stupido il secondo che ha scelto volontariamente un eguale destino.Ovviamente, sono contento che l’altro si sia salvato e che io abbia contribuito a tutto ciò, ma che senso avrebbe avuto perire nel futile tentativo di trarre in salvo una persona già condannata? Io non potevo sapere come sarebbe finita, ma il calcolo delle probabilità certo non pendeva dalla parte del mio gesto estremo.Non è da me. Non mi appartengono comportamenti di questo genere.Ora mi chiederanno cosa ho provato ed io non potrò rispondere che mi sento veramente sciocco, che a mente fredda non ripeterei per nessuna ragiona tale azione, che criticherò sempre chi si comporterà in questo modo irrazionale.Dovrò stare zitto e sorridere, ed accettare i complimenti per l’unica cosa veramente e completamente idiota fatta in vita mia…Etichette: Racconti
posted by Paolo at 21:26 |
lunedì 12 maggio 2008
Avevo voglia di scrivere qualcosa ed ho pensato ad un mio tema ricorrente: ambientare in grotta qualche incontro inusuale. Ho già parlato di situazioni serene e di eventi paurosi, di incontri con esseri buoni o con mostri cattivissimi. Il raccontino che segue affronta un abbinamento inedito per me: grotta e alieni. Ovviamente si tratta solo di un gioco di fantasia ed il protagonista, questa volta, l’ho chiamato Piero.Il cunicolo inizialmente era stretto, ma poi diventava più comodo. Piero era veramente contento di aver scovato quel piccolo buco fra i karren e che questo, con una sola ora di scavo, sia diventato finalmente praticabile. Non aveva aspettato il suo amico che doveva arrivare a momenti, perché non era possibile resistere al richiamo dell’aria fresca che usciva dall’anfratto buio e, dopo essersi preparato, era entrato da solo. Non si era pentito di questa decisione perché, dopo qualche passaggio dove bisognava prestare una certa attenzione, si poteva avanzare finalmente senza alcuna difficoltà. La galleria si sviluppava in leggera discesa, con solo qualche lieve cambio di direzione e poche concrezioni alle pareti. Dopo una curva, però, Piero rimase quasi stordito dalla sorpresa: il cunicolo di interrompeva in corrispondenza di un passaggio di forma circolare, che sembrava costruito in una specie di metallo rilucente. La sua forma era perfetta e la struttura sembrava formata da più parti collegate assieme da perni e viti. Non c’era dubbio che si trattasse di qualcosa che era stata creata dalle mani dell’uomo … o almeno questo fu il pensiero che passò nella mente dello speleologo, ma si sbagliava!Piero sfiorò quel manufatto tanto strano quanto inspiegabile, rendendosi conto che il metallo sembrava vibrare a qualche bassa frequenza. Si poteva quasi sentire nell’aria un leggero ronzio. Cosa poteva servire quel “coso” e chi l’aveva piazzato alla fine della galleria? Sembrava quasi una specie di portale, un varco che conduceva ad ulteriori vani, per cui Piero fece l’unica cosa che pur apparendo logica al momento, si sarebbe rivelata in futuro alquanto avventata. Appena superata quella specie di foro circolare e fatti due passi in un ambiente di grandi dimensioni, successe qualcosa di improvviso ed inaspettato. Con una serie di scatti metallici, come di interruttori che si attivassero in sequenza, una moltitudine di forti luci si accese tutt’intorno. Potenti fari squarciarono l’oscurità ed illuminarono a giorno l’ampia caverna. Piero si trovò davanti ad uno spettacolo sorprendente: tutto il pavimento dell’ampio vano era perfettamente liscio e realizzato anch’esso in un metallo sconosciuto. Tutto attorno si potevano osservare strutture complesse, dalle funzioni sconosciute. C’erano piccole torri, globi dalla superficie rilucente, cilindri e parallelepipedi disposti in modo strano. Dopo qualche secondo, tutte queste strutture sembrarono prendere vita. Si accesero spie, si illuminarono quadranti graduati prima invisibili, parti intere di quei macchinari si accesero di una propria iridescenza.Piero rimase senza parole, immobile ed indeciso sul da farsi. Fu in quel momento che, al centro della stanza e spuntando da quelle strane macchine, comparve un’enorme struttura circolare, dotata di luci danzanti. Questo strano oggetto si alzò dalla sua posizione di riposo e si sollevò dal pavimento di qualche metro, sovrastando tutta la caverna.A Piero sembrò di scorgere un movimento sulla destra, per cui si nascose fra alcuni strani cilindri lucidi, e rimase in attesa. Dopo qualche attimo due figure si fecero largo fra le strane macchine pulsanti, avvicinandosi all’oggetto che stava sospeso in aria al centro della stanza. Lo speleologo stentava a credere a tutto quello che vedeva, ma – nonostante la confusione e la paura – si rese improvvisamente conto di cosa aveva davanti. Sarà stato perché i due strani essere erano vestiti con una speciale tuta dai riflessi metallici, forse perché l’andamento delle due figure, seppur sommariamente antropomorfe, era comunque innaturale e particolarmente dinoccolato, o semplicemente perché la forma circolare e piatta dell’oggetto sospeso quasi sopra la sua testa era troppo simile all’immagine collettiva che viene alla mente quando si parla di oggetti volanti non identificati … Astronavi spaziali, esseri alieni, era sicuramente troppo per Piero, che non aveva mai creduto a queste cose. Osservando di nascosto, il ragazzo si rese conto che i due esseri, dalla testa troppo tozza e con due grandi occhi scuri, stavano guardandosi in giro alla ricerca di qualcuno ed immediatamente capì cosa era successo: attraversando il portale circolare era stato attivato qualche sistema di allerta, un segnale che aveva messo in funzione il complesso tecnologico presente in quella caverna e quindi i due “cosi” stavano cercando il colpevole dell’intrusione. Piero era svelto nel prendere decisioni e probabilmente la velocità con la quale agì fu fondamentale: cercando nelle tasche scoprì di avere con se alcuni “manzi”, nome dato in gergo a delle piccole cariche esplosive che talvolta vengono usate nelle disostruzioni delle grotte. Non è certo un cosa legale, di solito non si fa, ma talvolta un aiuto “esplosivo” è quello che ci vuole per risolvere alcune gravi problematiche di scavo. Non aveva tutta l’attrezzatura per l’innesco elettrico, ma aiutandosi con un fiammifero, sistemò una di queste piccole cariche alla base di un piedistallo sormontato da una sfera luminosa e si allontanò il più rapidamente possibile. L’idea era di fare un po’ di rumore per distrarre i due esseri, ma l’effetto fu sicuramente superiore ad ogni aspettativa. Fatti non più di 10 metri, Piero fu quasi sollevato dall’onda d’urto di una forte esplosione: con ogni probabilità l’apparecchiatura danneggiata aveva aumentato la potenza dello scoppio. In un attimo tutto parve riempirsi di fumo, mentre le luci cominciarono ad oscillare ed a spegnersi una ad una. Ci vollero pochi secondi per arrivare al passaggio circolare e buttarsi dall’altra parte. Non appena oltre, una seconda forte esplosione squassò l’aria, facendo cadere massi da ogni parte. Piero si trovò disteso a terra e, guardando dall’altra parte del portale, potè vedere solamente massi, terra e polvere. Ci volle poco per uscire all’esterno e non appena fuori, Piero incontrò l’amico che lo accolse con acceso entusiasmo. “Tu non lo puoi sapere, ma è successa una cosa eccezionale. C’è stato il collasso di una cavità, il crollo di una grotta sconosciuta ed ora, all’esterno, si è formata una profonda dolina, una specie di voragine. Si tratta di un fenomeno carsico che viene citato in tanti libri, ma è successo davvero. Un fenomeno geologico che ha avuto il suo epilogo proprio davanti ai nostri occhi…”.Piero non aveva voglia di contraddire l’amico, pur sapendo che l’evento non era certo da collegarsi a leggi naturali. La verità era ben un’altra… Ma Piero era impaurito e stanco… guardò l’amico e sussurrò “Un fenomeno geologico proprio oggi, come siamo fortunati…”. Detto questo, raccolse il casco e si avviò lentamente verso l’automobile che aspettava vicina, ma nella direzione opposta. Camminando pensò “Almeno la frana è avvenuta dall’altra parte. E’ ben difficile da accettare, infatti, che un evento di questa portata, o meglio una circostanza imprevista dovuta alla presenza di curiosi esseri e strane astronavi nel sottosuolo, coinvolga nel crollo anche la propria automobile regolarmente posteggiata in superficie. E sì, proprio una giornata fortunata…”Etichette: Racconti
posted by Paolo at 09:13 |
martedì 11 marzo 2008
Chiedo scusa e lo faccio perché mi sto rimangiando le mie stesse parole. Avevo dichiarato che tutti i post pubblicati su questo blog sarebbero stati legati alle grotte, alle cavità, al sottosuolo. Avevo promesso che avrei cercato di attenermi il più possibile a questa regola, ma non ho resistito all’impulso che mi ha fatto rinnegare quanto affermato fino ad ora. Ebbene sì, oggi farò una grave eccezione. Di seguito troverete un racconto che non è collegato in alcun modo alla speleologia ed alle relative discipline. Si tratta di tutto altro, di un tema e di un’ambientazione completamente diversa.Chi mi conosce sa quali sono i miei hobby preferiti: grotta, cavità, montagna e molto altro. Ma chi mi frequenta più da vicino conosce anche tutti i miei altri interessi: amo guardare e discutere di film, amo leggere e discutere di libri, mi interesso di tutto quanto riguarda i temi scientifici, naturalistici e storici. C’è però anche un’altra piccola perversione che mi contraddistingue: una passione sfrenata per la fantascienza, che spazia dai libri del “periodo d’oro” degli inizi del ‘900 a quelli degli autori più attuali e conosciuti, che parte dalla filmografia anni ’50 e ’60 in bianco e nero, fino alle ultime produzioni dai ricchi effetti speciali. Avendo la malsana passione di scrivere su tutto, ho anche prodotto qualche pagina di tema fantascientifico/fantastico. Per questa eccezione tematica propongo quindi un breve racconto risalente a qualche anno fa, dalle atmosfere buie e pessimistiche (chissà perché ci casco sempre…). L’argomento non è certo originale, ma il risultato finale non mi dispiace. La strada è umida e posso vedere specchiate sull'asfalto le sagome degli edifici che mi sovrastano, debolmente illuminati dalla luna.Silenzio. Mi sarei aspettato il silenzio in quest'occasione, ma non è così. Imposte sbattono alle folate di vento, fogli di giornale frusciano negli angoli più bui ed un lugubre lamento, quasi animale, percorre i vicoli deserti.Si è concluso tutto in brevissimo tempo, pochi giorni per capire cosa stava succedendo e per comprendere che non si poteva fare più nulla. Pochi giorni per accettare e per morire. Un attimo per interrompere tutto ciò che c'era stato, che c'era e che non sarebbe più ritornato.Non si è mai saputa l'origine del contagio, chi aveva sbagliato, chi forse aveva agito animato da malsane intenzioni, chi forse era stato travolto da qualcosa di troppo grande che gli era esplosa tra le mani... Giocare con la vita e con la morte è qualcosa di molto intenso, una sensazione di potere e di dominio. Qualcosa che ti fa sembrare Dio, qualcosa che puoi dominare o che ti può schiacciare, qualcosa che può finire anche molto male … Si dice che sia partito dal Pakistan, o comunque da quelle parti. Penso che questo non abbia mai avuto importanza e forse è tutto falso, un ultimo tentativo per rimescolare le carte … Le prime regioni interessate furono l'India e la Cina, per poi ritornare ad ovest con la Russia e quindi l'Europa. Milioni di persone con un leggero stato febbrile, poi un rapido peggioramento, il collasso e la morte. Un virus mutato, forse inizialmente una semplice influenza, poi un letale attacco senza cura.A chi moriva, alcuni giorni dopo il contagio, non interessava sapere se il virus fosse partito da un laboratorio dell'estremo oriente o da una cantina palestinese, da un ambiente attrezzato ed asettico di qualche agenzia governativa americana o dalle mani tremanti di un improvvisato biologo intriso di vendetta.L'unica cosa che contava è che non si poteva fuggire in nessun modo. Ci si ammalava e si moriva. Tutti si ammalavano e morivano, anche gli animali.Non so perché io sono stato risparmiato, non c'è una spiegazione logica. Tutti attorno a me, in pochi giorni, se ne sono andati. I miei cari, gli amici, gli altri …All'inizio avrei voluto morire anch'io, impazzito dalla solitudine ed impietrito dal dolore, incredulo e quasi contrariato d'essere ancora in vita. Poi, con il tempo, mi sono dato un obiettivo, un fine. Se io ero sopravvissuto, forse c'era la possibilità che anche qualche altro sia rimasto vivo, sia scampato all'epidemia. Forse da qualche parte c'era qualcuno che vagava per le città deserte in cerca di qualche suo simile. E sono partito. Prima utilizzando qualche automobile trovata lungo la strada con un po' di benzina nel serbatoio, poi a piedi. Certo, per il momento, posso godere ancora di qualche comodità, interi magazzini pieni di merce e di attrezzature sono a mia disposizione, ma non mi trovo molto a mio agio nei centri abitati, forse per l'odore pesante che ancora pervade le vie. Alla sera cerco di andare via, di accamparmi alla periferia, fra gli alberi ed i cespugli, lontano dalle case malate ed insane. Questa sera, però, dall'alto del colle dove ero in procinto di passare la notte, ho visto il falò. Un bel fuoco, acceso improvvisamente nel mezzo della piazza del paese che sovrastavo e di cui non sapevo neppure il nome. Alla vista di quella luce mi sono subito messo a correre, sperando nella presenza di qualche superstite. Chi poteva aver acceso quel fuoco, chi si scaldava al calore di quel falò, chi avrei trovato in quella piazza?Non ci ho messo molto tempo, per scendere dalla collina. Dieci minuti, non di più, e mi sono trovato nell'ampio slargo, con il cuore in gola e lo sguardo a cercare qualche figura amica fra i chiaroscuri prodotti dalle fiamme vigorose.Poi la delusione. Non si è trattato di un fuoco acceso da mano umana, ma della perdita di gas di una tubazione corrosa che ha incontrato una scintilla accidentale, forse lo sfregamento di due rottami metallici, o l'ultimo guizzo di un cavo elettrico oramai quasi privo di alimentazione. Non si è trattato di un fuoco innescato da mano umana, ma di un evento fortuito, un fatto imprevedibile legato oramai al solo volere della natura e del destino, una circostanza casuale che non contempla più la presenza dell'uomo.Lasciata alle spalle la piazza con i suoi bagliori, percorro la strada umida, debolmente illuminata dalla luna. Silenzio. Per un attimo il vento si è placato e posso finalmente sentire il suono leggero dei miei passi. Sono solo, ma non ho perso completamente la fiducia. Non mi rimane che proseguire, visitare le città, attraversare i paesi, alla ricerca di chi può essere sopravvissuto come me. Non so quanto tempo ci vorrà, mesi o anni, ma è l'unica cosa che mi è rimasta.Sono vivo solamente perché alla continua ricerca di chi forse è rimasto vivo. Rimarrò vivo finché continuerà la mia ricerca. Quando avrò raggiunto un altro superstite potrò finalmente morire… e forse allora non mi dispiacerà nemmeno.Per il momento cammino, cammino e cammino, visito le città ed attraverso i paesi... Mi trascino nell'ansante ricerca di chi probabilmente non c'è più, seguendo un ultimo desiderio a cui far aggrappare la mia disperata ed oramai stanca voglia di vivere. (da un sogno, 20.9.2004)Etichette: Racconti
posted by Paolo at 22:41 |
domenica 10 febbraio 2008
La frequentazioni di ambienti oscuri e tenebrosi può portare a spiacevoli sensazioni e, talvolta, l’immaginazione può galoppare liberamente. Ho già scritto un racconto su questo argomento, che però riguardava la manifestazione di una entità buona e positiva. Di seguito affronterò lo stesso tema, anche l’ipotetica ambientazione potrebbe essere la stessa, ma con un finale completamente diverso. E se ci fosse qualcosa di maligno che ci aspetta fra le volte annerito di qualche vecchio sotterraneo?Paura (racconto)Non era mai successo, non me lo sarei mai immaginato, ma è accaduto proprio qualche giorno fa! Si trattava di una semplice uscita di rilevamento in un vecchio sotterraneo della città, come ce ne sono tanti. La struttura risaliva al 1600 e presentava qualche interessante possibilità di prosecuzione. Come spesso accade, dovevamo essere almeno in cinque speleologi, ma - alla fine - ci siamo trovati solamente in due: io e la mia appassionata collega Valeria. Ottenute le chiavi del pesante portone e preparata l’attrezzatura, siamo subito scesi nella cavità, per prendere alcune misure che avevamo tralasciato nella precedente visita. Fin dall’inizio ho notato che qualcosa non andava, l’atmosfera era decisamente pesante, faceva caldo e - pur sapendo che non c’era alcun gas nocivo e che l’ossigeno non mancava - si respirava quasi a fatica. Non c’era alcun fenomeno concreto, c’era più che altro una strana sensazione, un nodo che ti prendeva alla gola e ti bloccava il fiato. Per qualche minuto, comunque, tutto è andato per il meglio: abbiamo misurato una stanzetta laterale ed abbiamo preso qualche fotografia. Poi, all’improvviso, la lampada elettrica di Valeria ha smesso inspiegabilmente di funzionare. Nonostante avessimo provato e riprovato con i contatti, con l’interruttore e con i fili di collegamento, la lampadina si rifiutava di accendersi. Valeria, dotata di una piccola torcetta di emergenza, ha quindi pensato che era meglio procurarsi una nuova luce, per cui si è avviata verso l’ingresso - si trattava di superare solamente qualche decina di metri di basse gallerie - per arrivare allo zaino e prendere una nuova fonte di illuminazione. Immerso nelle mie misurazioni ho semplicemente annuito, così Valeria è ritornata verso l’ingresso ed io sono rimasto solo. Sono bastati pochi secondi ed è subito iniziata la più strana, incredibile e terrorizzante esperienza della mia vita. Ho già detto che in quel sotterraneo faceva stranamente caldo ma, immediatamente, la temperatura ha iniziato ad abbassarsi: da un’atmosfera quasi soffocante si è rapidamente passati ad un clima freddo che metteva i brividi alla schiena, ed il tutto è successo in pochi attimi. Poi ha iniziato a manifestarsi una strana corrente d’aria, anch’essa gelida. Non proveniva da nessuna direzione precisa, ma era concreta, reale e ti avvolgeva da tutte le parti. In quelle condizioni il fiato ha iniziato subito a condensarsi, quale ulteriore conferma che qualcosa stava effettivamente accadendo. A questo punto, seguendo le folate d’aria, la polvere ha iniziato a sollevarsi dal pavimento, ma anche una specie di nebbia filamentosa ha cominciato a materializzarsi davanti ai miei occhi. Non sagome distinte, ma lente volute di bianco fumo, a volte trasparente a volte più denso, che si inseguivano nella stanza. Sembrava quasi che questa particolare nebbia si accendesse di una sua propria ed interna luminescenza. Per finire, ho iniziato a sentire i rumori. Non so se posso chiamarle voci, in quanto non ho recepito alcuna parola coerente, ma in quel piccolo ambiente era possibile udire sussurri, sospiri, lamenti, brandelli di parole che passavano dal bisbiglio al grido improvviso. Quest’ultima manifestazione ha fatto sì che mi riscuotessi e che reagissi alla strana situazione nella quale ero stato coinvolto. Lo spiffero d’aria può avere una spiegazione naturale, il cambiamento della temperatura può essere legato, eventualmente, all’apertura del portone d’ingresso, ma i fenomeni erano troppi, collegati e contemporanei. Non posso affermare di credere alle apparizioni che comunemente vengono chiamate “fantasmi”, in quanto non ho mai avuto l’occasione di entrare in contatto con tali insolite presenze, ma in quella piccola camera sotterranea si stavano raccogliendo per me, e tutti in una volta, gli avvenimenti più inspiegabili e misteriose di cui avessi mai sentito parlare. Di solito mi reputo coraggioso, se si tratta di situazioni gestibili e collegate ad eventi che in qualche modo si possono comprendere. In questo caso, invece, non c’era nulla da capire: stavano accadendo cose che trascendevano dal piano della ragione e che traevano origine da dimensioni sconosciute e straordinarie.Non potevo fare altro che fuggire. Ho corso veloce, più veloce che potevo, fino a raggiungere l’ingresso. Valeria mi ha guardato dubbiosa, mostrandomi come la lampada che all'interno del sotterraneo si era rifiutata di funzionare ora, presso l'ingresso, si fosse riaccesa da sola. Penso di aver trattato bruscamente l'amica, ma ho preso lo zaino e sono uscito immediatamente, senza dare alcuna giustificazione. Non sarei mai più entrato in quel sotterraneo!Qualche giorno dopo ho avuto finalmente il tempo e la forza per riordinare lo zaino. Ho trovato il taccuino pieno di appunti ed ho sorriso pensando che quel rilievo, almeno per quanto mi riguarda, non sarebbe mai stato completato. Poi ho trovato la macchina fotografica digitale e, con curiosità, l’ho subito collegata al computer. Erano memorizzate circa una decina di immagini, che avevo raccolto non appena entrato nei passaggi sotterranei. Ma quella che più mi colpì fu l’ultima fotografia, che non ricordavo nemmeno di aver scattato: si vedeva distintamente la strana nebbia che mi vorticava attorno ma, osservando bene, si poteva anche notare come - in un punto particolare - questa si fosse addensata a formare una figura riconoscibile. Non so dire se si trattasse della sagoma di un uomo o di una donna, ma era distinguibile un corpo, si notavano delle braccia protese e sul monitor del computer era chiaramente visibile una faccia con tanto di naso, bocca ed occhi. Sono questi ultimi che mi hanno colpito di più: sembravano due buchi profondi, due vortici che aspiravano la luce e riflettevano solo un nero assoluto e senza fine. Con movimenti lenti ho tolto la schedina di memorizzazione dal computer e l’ho infilata in fondo al cassetto della scrivania. Non so se avrò ancora il coraggio di guardare quella foto e vedere nuovamente quegli occhi di tenebra. Mai avrei immaginato di pensare alle mie future esplorazioni urbane con un senso di profondo disagio. Ma non era possibile superare facilmente quello che avevo vissuto, almeno non per il momento. Spero solo che in futuro avrò ancora la forza di entrare in qualche altra galleria ipogea della mia città perché, per oggi, non se ne parla nemmeno. Vi chiederete se si tratta di paura? Ebbene si, ho paura che ancora una volta la temperatura cambi, che si sollevi uno spiffero d’aria gelida, che si materializzi una strana nebbia che, danzando con movimenti imprevedibili, si addensi in una figura riconoscibile. Ho paura, e non me ne vergogno. Non so se lo dirò agli altri, se spiegherò cosa è successo, ma l’unica certezza è che - per il momento - mi dedicherò a belle passeggiate in montagna ed all’aria aperta. Escursioni alla luce del sole, dove i fantasmi e le ombre del passato non vogliono, o non possono, farsi vedere. Almeno lo spero…Etichette: Racconti
posted by Paolo at 18:59 |
giovedì 17 gennaio 2008
Devo confessarlo. Nei miei racconti di fantasia ho la tendenza a costruire i personaggi basandomi su persone reali. Quando parlo di Sara, per esempio, penso a qualcuno che conosco bene, così come quando scrivo di Marco. Le vicende narrate sono completamente inventate, ma certe caratteristiche o particolarità dei protagonisti sono ricavate dai corrispondenti soggetti in carne ed ossa. Ritornando a Marco, ho scritto un racconto nel quale ha fatto la fine del topo ed un altro nel quale il destino gli ha riservato un finale forse anche peggiore. Per l'affetto che porto all’amico ispiratore, voglio ora trascinare questo personaggio di fantasia in una situazione la più gratificante ed appagante possibile. Il risultato è quello che vi riporto di seguito.Una grotta da sognoMarco possedeva varie certezze relativamente alla sua lunga attività speleologica, ma quella più chiara e precisa riguardava la sua sfrenata passione nei riguardi dello scavo che aveva intrapreso in un dolina del Carso triestino. Un punto interessante, già segnalato dagli esperti ed in corrispondenza del quale era possibile rinvenire un potente soffio d’aria in occasione delle piene del Timavo.Tutto era cominciato quasi per gioco, con un piccolo assaggio fra le pietre a seguire il sospiro del fiume ipogeo ma, con il tempo, l’attività di scavo si era trasformata in una vera e propria missione. Con costanza ed ostinazione, assieme al suo fidato amico, Marco aveva spostato massi, estratto terra, spaccato rocce e puntellato pareti, fino ad arrivare a quasi quaranta metri di profondità. Per lui, alla fine, non era tanto importante il dislivello raggiunto, quanto la solidità del cantiere e la sicurezza della struttura sotterranea nella quale operava.Il giovane dedicava allo scavo alcune serate alla settimana, con qualsiasi tempo e clima, e procedeva nei lavori con sempre vivo entusiasmo ma senza aspettarsi risultati immediati. Quel lunedì, sempre accompagnato dall’amico fidato, era sceso per controllare la base del pozzetto in corrispondenza del quale si erano fermati la volta precedente. Marco stava cercando di rompere una lama di roccia con la mazzetta, quando sentì nell’aria uno strano rumore. Era come un rimbombo lontano, una specie di cupo boato. Tese meglio l’orecchio per cercare di identificare l’origine di tale rumore, finché una strana vibrazione scosse tutto l’ambiente nel quale si trovava. Con un sussulto più forte, sembrò che il pavimento si alzasse all’improvviso, per poi sprofondare velocemente. Marco rimase come sospeso su una specie di cengia, mentre tutto attorno si potevano vedere massi e rocce che si sbriciolavano. La polvere si alzò come un sipario su tutta la scena, appena illuminata dalla scarsa luce dello speleologo. Ci vollero vari minuti prima che la situazione si stabilizzasse e che ritornasse una visibilità sufficiente. A questo punto, Marco ebbe la possibilità di osservare meglio attorno a se: si trovava su un terrazzo sospeso sopra un grande vano. La frana aveva tolto di mezzo una vecchia occlusione, formata da detriti accumulatisi nei millenni. Ora, il passaggio si era finalmente liberato e l’accesso alla caverna era stato ripristinato. La prima cosa che Marco notò fu la leggera luminescenza che permeava quel vuoto, una specie di luce opalescente che permetteva di vederne l’intero sviluppo: non si trattava di un ambiente grande, l’unica parola possibile per descriverlo era immenso! Si poteva scorgere il perimetro dell’enorme sala che si perdeva a centinaia di metri di distanza. La grotta era caratterizzata da imponenti gruppi calcitici, con stalattiti, stalagmiti e colonne che raggiungevano varie decine di metri di altezza. C’erano vaschette piene d’acqua, o meglio, si poteva parlare di veri e propri laghetti azzurri e profondi. Marco, con qualche difficoltà, si calò lungo la parete e raggiunse il pavimento. Da una parte si poteva vedere, forse duecento metri più in basso, scorrere un grande fiume che lo speleologo riconobbe subito - pur incontrandolo per la prima volta - come il mitico Timavo. Iniziò la lenta discesa, ammirando le tante strutture cristalline che lo circondavano. Osservando più attentamente una pozza d’acqua, Marco si accorse che al suo interno vi erano delle forme di vita. Avvicinandosi, poté osservare alcuni esemplari di proteo, ma dalle caratteristiche decisamente diverse dal solito: un colorito più scuro, quasi marroncino, e dimensioni straordinarie, quasi il doppio di qualsiasi esemplare finora rinvenuto. Gli animali non sembravano spaventati dalla presenza dell’uomo e si fecero tranquillamente avvicinare. Giunto nei pressi dell’acqua, Marco notò la presenza di altre creature: c’erano diafani pesci dalle strane escrescenze, crostacei dalle forme insolite ed alcuni gamberetti trasparenti di proporzioni straordinarie. Quello era il paradiso per qualsiasi speleologo in generale, ma in particolare per chi era appassionato di biologia …Facendo questi pensieri, Marco si accorse, però, che una specie di fremito stava nuovamente salendo dal pavimento. Inizialmente solo una leggera vibrazione, poi dei veri e propri sussulti che facevano tremare tutto quanto. Forse un terremoto, oppure un assestamento geologico, …Ancora uno scossone e Marco vide sopra di sé la faccia dell’amico che lo guadava divertito, mentre con una mano lo stava scuotendo energicamente. Va bene la grande familiarità raggiunta con quegli ambienti angusti, ma come era possibile addormentarsi alla base di quel pozzetto, con tutto quello che c’era ancora da fare? L’amico non era sicuro, ma mentre stava raggiungendo Marco, che stava sonnecchiando addossato alla fredda parete, gli era parso di scorgere un sorriso e di sentire le parole appena sussurrate “ … che bello, che bello …”. Ma è risaputo che tutti gli speleo sono esseri strani, per cui non c’era da preoccuparsi. L’importante, adesso, era svegliarsi, darsi una mossa e cominciare a scavare. Il lavoro non mancava di certo …Etichette: Racconti
posted by Paolo at 18:09 |
domenica 23 dicembre 2007
Dopo aver fatto fare al personaggio di fantasia che ho chiamato Marco la “fine del topo”, ho cercato di riscattarmi scrivendo nuovamente di lui, ma mirando ad un finale questa volta un po’ più allegro.In realtà, parola dopo parola, è venuto fuori un raccontino nel quale al protagonista è riservata un’ennesima brutta fine. Vedremo se nel prossimo scritto a lui dedicato riuscirò finalmente a confezionargli un destino più gratificante e soddisfacente.Marco strisciava in quello stretto cunicolo con vigore, seguendo la sagoma appena illuminata dell’animaletto. Pur essendo un esperto in materia, non aveva mai trovato un insettivoro di quella specie in territorio urbano, per cui voleva approfondire ad ogni costo la scoperta. Cosa ci faceva un toporagno in quei passaggi artificiali posti proprio al centro della città? Il musetto appuntito non lasciava dubbi sulla specie di appartenenza dell’animale, anche se vi erano alcune differenze alquanto curiose. Non corrispondevano le proporzioni delle zampe e nemmeno la forma della coda, per cui non rimaneva che raggiungere la bestiola e verificare direttamente ogni ipotesi.Il piccolo essere lo precedeva forse di un metro e Marco decise che non se lo sarebbe lasciato scappare. Dopo una curva, il passaggio si allargò improvvisamente e, con un agile balzo, il ragazzo planò in mezzo ad una camera. L’ambiente era completamente immerso nel buio, ma - dal rimbombo - doveva possedere delle dimensioni ragguardevoli. Marco, nonostante la poca luce disponibile, cercò subito sul pavimento le tracce dell’animale che aveva così caparbiamente inseguito, finché non lo scorse in un angolo, fra due grosse pietre. Probabilmente in quella stanza c’era la sua tana e forse, con un po’ di fortuna, sarebbe stato possibile incontrare anche qualche altro esemplare. A questo punto decise che bisognava assolutamente dotarsi di un’illuminazione più adeguata e quindi cercò di accendere la lampada a carburo. Mentre stava armeggiando con l’accensione piezo del casco, però, Marco notò qualcosa di insolito. Concentrandosi, poté osservare - per un momento - tanti puntini luminosi che lo circondavano da ogni lato. Finalmente, con uno scatto metallico, la potente luce della fiammella illuminò la scena. Per prima cosa scorse il piccolo insettivoro che aveva rincorso, ritto in un angolo, che lo guardava con due occhietti lucidi e neri. Sembrava quasi che stesse ridendo, mentre con le zampette si lisciava i lunghi baffi bianchi. Poi, allargando lo sguardo, Marco poté vedere che non era solo: decine di altri esseri lo stavano fissando. Non piccole ed innocue bestioline, però, ma corpulenti animali grossi come gatti. Mai visti esemplari di quelle dimensioni! Lo speleologo pensò subito agli aspetti scientifici di quella inaspettata scoperta: una nuova specie di soricidi, forse una mutazione genetica o una particolare selezione naturale, in ogni caso un importante ritrovamento… Marco non ebbe nemmeno il tempo di completare questi pensieri che, come rispondendo ad un unico segnale, tutti gli animali fecero un balzo nella sua direzione, travolgendolo e coprendolo con la loro pelosa massa in movimento. Quasi subito, la fiammella della carburo si spense e rimase solamente il fascio di luce della lampada elettrica a sciabolare nel buio. Un urlo, qualche colpo, poi ritornò il silenzio.Certamente una scoperta naturalistica di grande interesse, ma ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo prima che la notizia venga divulgata al mondo intero…Etichette: Racconti
posted by Paolo at 17:27 |
mercoledì 12 dicembre 2007
Marco guardò con sospetto l’ingresso regolare che si apriva nel muro davanti a lui. Era già attrezzato con tuta, guanti, casco ed opportuna illuminazione, ma non si decideva ad entrare. Sarà stato perché era solo, forse perché non aveva avvertito nessuno della sua improvvisa decisione di andare a dare un’occhiata a quel cunicolo che aveva intravisto qualche tempo prima, o forse era semplicemente colpa della giornata uggiosa che, con una leggera pioggerellina che cadeva insistentemente oramai da qualche ora, infondeva un vago ed indistinto senso di tristezza.Si avvicinò all’entrata per osservare meglio il passaggio. Facendo balenare nel buio il fascio di luce della lampada, poté vedere solo alcuni metri della bassa galleria, appena percorribile, che si perdeva nell’oscurità. Non era paura quella che sentiva, solo un senso di incertezza, che non aveva mai provato prima. Nella sua testa risuonava, senza alcun motivo, una parola insistente, che si ripeteva ossessivamente: topo, topo, topo…Cosa poteva significare? Marco non aveva mai avuto alcuna paura dei piccoli frequentatori dei sotterranei della sua città. Anzi, lui li considerava animaletti simpatici, curiosi e riservati, che non avevano mai creato problemi nel corso delle tante esplorazioni urbane.Cercando di togliersi dalla testa quell’immagine insistente, Marco si inginocchiò per infilarsi nella bassa apertura.Inizialmente il cunicolo si presentò abbastanza pulito e sgombro ma, avanzando, la presenza di detriti rese la progressione sempre più faticosa. Dopo qualche metro la sezione si restrinse ulteriormente, permettendo appena il passaggio.Mentre procedeva, strisciando con la tutta sulle pareti, Marco sentì uno strano rumore ed ebbe la percezione che l’aria stesse diventando più densa e calda. Seguirono alcuni secondi di silenzio, poi - con una specie di brontolio - sembrò che la stretta galleria implodesse su se stessa.Le pareti si disfecero, il soffitto crollò rovinosamente, il passaggio sotterraneo si chiuse inesorabilmente su chi lo stava esplorando.Marco pensò subito che quella volta non ce l’avrebbe fatta. Percepì un anomalo peso sulle spalle e, al buio, sentì il fiato scivolare via nel fitto pulviscolo che lo circondava.Che stupido finire così, che stupido infilarsi in quel basso passaggio senza controllare meglio la sua solidità, che stupido non prendere le opportune precauzioni. Ma la troppa sicurezza aveva fatto sottovalutare i possibili pericoli ed ora Marco ne pagava personalmente e pesantemente ogni conseguenza.Era troppo presto per fare quella fine…Marco, in un ultimo respiro, capì finalmente a cosa si riferiva quella bizzarra idea che l’aveva accompagnato per tutto il giorno: non certo all’incontro con qualche innocuo roditore abitante nel sottosuolo, ma all’appuntamento con il proprio destino, che gli aveva vigliaccamente riservato quella che viene comunemente chiamata “la fine del topo”…Un sorriso si fece strada sulla faccia di Marco imbrattata di terra, mentre l’intera struttura collassava in un turbine di polvere e pietre.Tratto da un pensiero cupo e triste (novembre 2007).Etichette: Racconti
posted by Paolo at 19:23 |
giovedì 6 dicembre 2007
Piccolo racconto con alcune caratteristiche per me nuove, quasi di genere sexy. Le circostanze sono completamente inventate ed i personaggi di pura fantasia. Lui l’ho chiamato Paolo, lei Sara. Inizialmente avevo pensato al nome di Valeria (anch’esso di pura fantasia…), ma alla fine mi è sembrato indelicato.Lui e Lei (racconto)Erano in grotta, oramai, da vari giorni. La piena li aveva sorpresi senza dare nessun preavviso e dopo una lunga attesa al campo, erano oramai stanchi e sfiduciati.Non che le loro condizioni fossero state fino a quel momento disperate, in quanto avevano avuto a disposizione una bella tendina accogliente dove ripararsi, ma i viveri erano finiti ed il livello del vicino torrente - lo stesso che aveva completamente inondato tutte le gallerie verso l’uscita - invece di abbassarsi aveva continuato a salire inesorabilmente. Paolo guardò a lungo il corso d’acqua che scorreva impetuoso e spumeggiante, per poi ritornare al campo e raggiungere Sara nella tendina. Il tepore era invitante e quindi - appena entrato - si tolse la pesante tuta impermeabile. Si conoscevano da anni: Paolo un esperto speleologo da sempre nel gruppo, Sara una giovane allieva promettente, stregata dal mondo delle grotte. Erano sempre andati d’accordo e c’era fra di loro una strana complicità, anche se un certo numero di anni li divideva. La differenza d’età, comunque, non era mai stata un vero problema ed erano diventati ben presto buoni amici.Paolo, armeggiando attorno al fornello per vedere un’ultima volta se la riserva di cibo era veramente finita, guardò di sfuggita Sara, che si era adagiata sopra il sacco a pelo. Il sottotuta in pile che indossava sembrava morbido e leggero, e la fasciava strettamente, evidenziando ogni curva del suo corpo aggraziato. Paolo rimase leggermente turbato, in quanto non aveva mai considerato Sara sotto questo aspetto. Si meravigliò quindi dei suoi strani pensieri ma, quasi senza accorgersene, continuò ad osservare la ragazza. Sarà stata la strana situazione in cui si trovavano, ma lui sentì nell’aria qualcosa di nuovo ed indefinibile. Sara, quasi non curandosi della presenza dell’amico, si stiracchio con una mossa elegante e quasi felina. L’indumento sottile evidenziò pienamente la curva dei fianchi, il profilo del seno, le gambe ben tornite.
Lei non era quella che si può dire una ragazza bellissima, ma era sicuramente attraente e dotata di un certo fascino. Il suo corpo non era né troppo magro né troppo muscoloso. Era invece proporzionato, piacevolmente sinuoso, con un seno minuto ma rotondo e fianchi pieni che evocavano sensazioni di piacevolezza e calore.Paolo realizzò che, forse a causa della sua età non più giovanissima, era proprio quello il tipo di ragazza che gli piaceva: non esageratamente asciutto, non particolar- mente scattante, ma morbido ed acco- gliente. Dopo alcuni momenti di silenzio, si adagiò anche lui sul sacco a pelo, a fianco dell’amica. Rimasero in silenzio e si guardarono negli occhi. Non dissero nulla, perché in quella situazione eccezionale e strana non serviva alcuna parola. Lui pensò che oramai c’erano poche speranze. Ci sarebbero voluti svariati giorni prima che il livello dell’acqua scendesse e non c’era alcuna possibilità che gli speleosub del soccorso potessero risalire la forte corrente. Erano bloccati e non c’era alcuna via d’uscita. Una situazione estrema, che forse poteva giustificare atti e comportamenti altrimenti inammissibili…Paolo allungò una mano e sfiorò il viso di Sara. Lei fremette leggermente, ma non certo per il freddo della grotta che sembrava così lontano nel tepore di quella tendina. Socchiuse le labbra, mentre il colore profondo dei suoi occhi azzurri cambiava tonalità, divenendo quasi di un blu profondo, e fece un leggero segno di assenso con il capo. La ragazza sentì che la testa diventava sempre più leggera. Bisognava stare vicini, in quegli ultimi momenti, condividere fino in fondo quell’estrema esperienza, affrontare assieme - abbracciati e stretti - il destino che stava giungendo.Paolo allungò la mano in una prolungata e tenera carezza lungo il fianco di lei, che fu attraversata nuovamente da un intenso brivido caldo. Afferrò, quindi, la cerniera che chiudeva il sottotuta termico, iniziando ad aprire, con un movimento lento, il leggero indumento. Apparve il ricamo nero del reggiseno, poi si scoprì il pizzo, sempre nero, delle mutandine. Pur in condizioni così particolari come un’uscita in grotta, Sara non aveva mai rinunciato ad indossare biancheria intima di una certa qualità: aveva talvolta atteggiamenti timidi e dimessi, ma sotto sotto era orgogliosa della sua femminilità. Lui infilò una mano dentro la tuta, sfiorando appena il morbido profilo del seno, fino a raggiungere la vellutata e desiderata pelle di lei. Si guardarono ancora più intensamente negli occhi ed i loro visi si avvicinarono.Fu proprio in quel preciso momento che si udì un forte rumore, che si fecero distinte delle voci e che varie luci saettarono per la caverna. Tutt’intorno passi di persone che si avvicinavano in fretta. Sara si ritrasse chiudendo la tuta e Paolo uscì dalla tendina. Comprese subito che alcuni volontari avevano trovato un’insperata via alta alternativa, erano riusciti ad evitare i passaggi allagati ed avevano raggiunto il campo.Sorrisi, pacche sulle spalle, viveri e perfino una borraccia contenete del buon vino rosso. Potevano considerarsi veramente fortunati ad essere stati raggiunti in tempo.Paolo era felice, ma un’ombra velò per un attimo la sua espressione: va bene essere salvati da un triste destino, ma quei benedetti soccorritori non potevano aspettare ancora qualche ora? Anzi, a lui sarebbe bastata anche una sola, passionale, intensa mezz’ora da passare con Sara… Ora, ogni cosa sarebbe ritornata come prima. La domanda che continuava a ronzargli nella testa, per quanto ovviamente irragionevole, era solo una: ma perché i ragazzi del soccorso hanno sempre così tanta fretta di salvare chi si trova in difficoltà…??Etichette: Racconti
posted by Paolo at 10:03 |
martedì 20 novembre 2007
Nella mia carriera speleologica, specialmente da giovane, ho spesso immaginato quella che poteva essere la mia grotta ideale, la cavità che raggruppava tutte le caratteristiche per me ottimali.Detto ambiente sotterraneo, nel corso degli anni, ha spesso cambiato la sua fisionomia, adeguandosi a quelle che erano le possibilità esplorative e le ambizioni di scoperta che via via caratterizzavano il mio percorso speleologico. Alcuni aspetti sono rimasti, però, costanti nel tempo: comunque deve trattarsi di una grotta relativamente comoda, senza salti verticali, ricca di concrezioni e con particolari “presenze” al suo interno.Qualche anno fa ho scritto anche un raccontino che descriveva, in qualche modo, tale cavità ed oggi ve lo propongo. Se qualcuno conosce una grotta reale che racchiude al suo interno tutte le caratteristiche che di seguito saranno elencate, lo prego vivamente di farmelo sapere…Il grande lago (racconto)Paolo scavava oramai da qualche giorno all’interno di quella stretta fessura. Inizialmente si trattava di un semplice abbassamento del suolo in corrispondenza di una paretina di roccia, ma ben presto, dopo aver spostato qualche masso, era emersa la morfologia di una piccola galleria in leggera discesa. Non c’era ancora alcun movimento d’aria, ma le prospettive sembravano buone. Paolo lavorava da solo, portando all’esterno secchi di terra e di pietre più piccole. Talvolta, qualche roccia di maggiori dimensioni doveva essere spezzata in più parti prima di essere spostata, ma lui era al corrente di tutti i metodi utili a tale operazione.
Dopo essersi infilato in una specie di cavernetta, Paolo conficcò con vigore fra le pietre del fondo il suo fido piede di porco, che lui chiamava affettuosamente “strangolino mio”. Spingendo lateralmente sentì che l’ostruzione cedeva leggermente e quindi concentrò maggiormente le sue energie. Ancora uno sforzo e tutto il materiale sul quale stava lavorando precipitò nel vuoto. Con facilità riuscì ad afferrarsi ad alcune concrezioni che si trovavano alla sua destra e poté osservare, con una certa soddisfazione, la terra e le pietre che venivano come risucchiate da una specie di fessura e che si scaricavano in un ambiente sottostante. Quello che colpì maggiormente Paolo fu il rimbombo dell’eco, segno inconfondibile di ulteriori sviluppi. Ci volle un attimo perché pulisse l’apertura dagli ultimi detriti pericolanti e si infilasse nel passaggio. Oltre lo aspettava un ampio vano che, anche dalla prima occhiata, presentava delle caratteristiche inaspettate.
Paolo era giunto alla sommità di un grande ambiente, largo una trentina di metri ma alto almeno cinquanta, che in leggera discesa si perdeva nel buio. Da tutte le parti erano presenti bellissime concrezioni: stalattiti, stalagmiti e colonne
erano visibili in qualsiasi direzione si posasse lo sguardo. Il pavimento era invece formato da una liscia colata calcitica, con piccole vaschette ricolme d’acqua. Paolo era semplicemente elettrizzato da quella scoperta e decise che bisognava procedere immediatamente nell’esplorazione. Iniziò così a discendere lungo quel vano, in direzione di quel grande nero che non riusciva a penetrare con la sua pur potente illuminazione. Si incamminò senza alcuna difficoltà, scendendo la lucida colata. La pendenza era lieve, ma costante, mentre le dimensioni notevoli di quel fantastico ambiente non sembravano diminuire. Rasentò alcuni laghetti di acqua azzurra e poté osservare il corso di un torrentello che lo seguiva nella discesa. Pur essendo la progressione estremamente facile, Paolo si rese ben presto conto che il percorso che aveva fatto era già alquanto lungo e che, nel contempo, non era ancora possibile vedere il fondo di quella immensa galleria. Non rimaneva che proseguire.
La discesa continuò a svilupparsi attraverso un ambiente sempre più suggestivo: ai tanti gruppi calcitici si affiancavano soffitti ricchi di cannule e stalattiti filiformi, vaschette piene di bianche pisoliti e superfici luccicanti di cristalli. Sulle pareti spuntavano candide eccentriche, dalle forme strane e sorprendenti.
Paolo avanzò ancora lungo la discesa, sempre più estasiato dalla sua scoperta. Ad un certo punto si rese conto di un rumore sordo e cupo: concentrando l’attenzione realizzò che si trattava di una cascata ricca d’acqua che precipitava all’interno di un vano di grandi dimensioni. Bisognava scendere ancora per raggiungere tale ambiente.
Procedendo con il cuore che batteva forte, Paolo arrivò finalmente ad uno slargo, si fermò, diede più pressione alla lampada a carburo ed alzò lo sguardo: quello che apparve ai suoi occhi fu sicuramente lo spettacolo più emozionante della sua vita. Davanti a lui si apriva un’enorme caverna contenente un vasto lago. Sulla destra, scendeva dall’alto un’imponente cascata d’acqua che, con il suo rumore e la sua schiuma, dava un senso di maestosità a tutto l’insieme. Il lago doveva essere molto esteso, in quanto non era possibile scorgerne i confini. Lo specchio d’acqua limpida si perdeva, infatti, in tutte le direzioni, per confondersi nel buio più profondo.
Affascinato dallo spettacolo, Paolo cercò di seguire la sponda di quel lago sotterraneo, ma ben presto si fermò in presenza di un inaspettato ritrovamento: dalla sponda si protraeva nell’acqua un molo. Si trattava a tutti gli effetti di un molo realizzato in pietra, regolare nella struttura anche se un po’ danneggiato dallo scorrere del tempo. Sulle sue funzioni non c’erano dubbi, in quanto si potevano scorgere addirittura le bitte in pietra dove, un tempo, venivano ormeggiate le imbarcazioni incaricate di solcare quelle acque.
Paolo decise che per il momento poteva bastare. Aveva visto cose che erano al di sopra di ogni sua aspettativa; aveva scoperto una cavità che superava ogni possibile desiderio.
Durante la via del ritorno, pensò a lungo sulle particolari caratteristiche di quella grotta. Si trattava, in pratica, di una lunga galleria, splendidamente concrezionata, che scendeva inclinata dalla superficie fino a grande profondità. Nella sua parte più profonda, tale galleria si immetteva in un vano interamente occupato da un vasto lago. Il volto di Paolo si illuminò quando, fatto qualche calcolo, capì di essere sceso fino al livello di base e di essersi quindi incontrato con il mitico Timavo. L’ampia caverna terminale permetteva di raggiungere, infatti, le acque del leggendario fiume, che scorreva da sempre nel profondo dell’altopiano carsico. Pensò che doveva trattarsi di un lago veramente vasto se, in un tempo passato, qualcuno aveva avuto la necessità di costruire perfino un molo per ormeggiare le barche utilizzate per esplorare quel vasto mare sotterraneo. Lui, quindi, non era stato il primo uomo a percorrere quel passaggio; qualcun’altro, nel passato, era già sceso lungo quella grotta ed aveva visitato il lago. Pensò che, probabilmente, il molo risaliva all’epoca romana e che quindi la cavità era già conosciuta duemila anni fa… Senza particolare fatica arrivò al cunicolo iniziale, nel quale si infilò per giungere ben presto all'esterno.
Paolo rimase a lungo a fissare lo stretto ingresso che aveva scavato e che conduceva al mondo fantastico che aveva appena percorso. Pensò all’importanza della sua scoperta ed alla necessità di procedere con accurate indagini. Poi pensò anche alle conseguenti visite degli studiosi, ai sopralluoghi dei politici, alle incursioni di cronisti, giornalisti, divulgatori e curiosi vari. Immaginò la massa di persone che avrebbe preteso di vistare la sua grotta e vide con gli occhi della mente anche i vandali che sarebbero inevitabilmente scesi per portarsi a casa qualche ricordo.
Paolo restò alcuni secondi fermo, osservando quel piccolo buco nel terreno, poi fece qualcosa che non si sarebbe mai nemmeno immaginato. Quasi senza rendersene conto, con il piccone fece franare il muro di contenimento che aveva diligentemente costruito e tutto il materiale estratto si riversò nuovamente nella grotta. Non interruppe il suo lavoro e spostò massi, accumulò terra e rami, finche - esausto - non ritenne di aver concluso il suo compito. Solo lui sapeva dove si apriva la grotta, per tutti gli altri ogni segno, ogni indizio era definitivamente scomparso.
Raccolse i suoi attrezzi e si diresse verso l’automobile. Paolo aveva cercato per tanto tempo una grotta nuova di grande interesse e, ora che l’aveva trovata, gli sembrava un risultato troppo grande. Quella che aveva scoperto, infatti, era una cavità troppo bella, troppo importante per offrirla a tutti. Aveva preso la sua decisione. Forse sarebbe venuto il giorno nel quale avrebbe comunicato il suo ritrovamento, o forse questo giorno non sarebbe mai venuto. Paolo si incamminò lentamente, cosa avrebbe detto ai suoi amici, come si sarebbe comportato dopo quello che era successo? Sorrise senza voltarsi indietro. Pensò che talvolta la vita riserva delle belle sorprese. Il ricordo di lui affacciato sul grande lago sotterraneo, con la cascata che rombava lì vicino, sarebbe rimasto impresso per sempre nella sua mente …A conclusione del racconto faccio un piccolo commento: mi accorgo che sempre di più, con la maturità, mescolo gli aspetti naturali con quelli artificiali. Oggi non immagino una grotta se non con l’aggiunta di qualche preciso segno antropico, di qualche modifica o adattamento. Considero perfetta una cavità che presenti ricchi concrezionamenti, ma dove, nel contempo, sia possibile scorgere anche qualche piccolo particolare architettonico costruito, qualche resto di colonna o le tracce di qualche capitello. Ovviamente tali tipologie ipogee non esistono, o comunque sono estremamente rare. Ma sognare non costa niente e quindi perché non ricercare il meglio?L’immagine, un po’ sgranata e risalente a molti anni fa, ritrae la parte terminale della grotta Lindner (n. 3988 VG) che - per le sue caratteristiche - si avvicina abbastanza alla mia cavità ideale (Foto Guglia)Etichette: Racconti
posted by Paolo at 15:40 |