domenica 12 luglio 2009
E’ effettivamente da un po’ di tempo che non aggiorno il mio blog. Si tratta, probabilmente, di un momento di stasi nella voglia di scrivere, oppure altri progetti ed altre situazioni hanno occupato di più la mia mente ed il mio tempo.
Non ho mai pensato, però, di interrompere questa strana avventura, per cui mi sono fatto forza e ho deciso di riprendere con i post. Ovviamente, il problema era: da dove ripartire? Solo questo dilemma mi ha fatto perdere qualche giorno. Posso parlare di grotte, di sotterranei, ma anche di avventure in montagna, di amici e di tempi andati. Quale argomento affrontare? Lo spunto mi è venuto, improvvisamente, dopo una gita che ho fatto domenica. La giornata era splendida e calda e non potevo certo rimanere chiuso in casa. Quindi ho preso il motorino e sono partito per il Carso. Quasi per caso mi sono ritrovato al confine ed ho continuato in territorio sloveno, ammirando il panorama dell’altipiano in piena fioritura primaverile. E’ così che sono arrivato a San Canziano. Per uno speleologo si tratta, sicuramente, di un vero e proprio tempio dedicato alle grotte ed alle forze naturali che modellano il territorio. Ho così posteggiato il mio fidato scooter ed ho iniziato una visita di quei luoghi. In quest’occasione non sono sceso nella grotta turistica (ci sono già stato varie volte) ma ho preferito passeggiare per i dintorni. Devo dire che il contatto con la grande voragine dove scorre il Timavo, nonostante siano passati vari anni dall’ultima volta, è stato come al solito di una certa intensità.
Non riesco a vedere quelle rocce, quel vuoto, come qualcosa di normale, come una qualsiasi parete che possiamo trovare in montagna. Qui è stato un fiume che, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, si è scavato il suo percorso sempre più dentro al terreno, sempre di più al centro della roccia. Forse le persone comuni apprezzano solamente il bel panorama, ma chi ha un minimo di infarinatura di geologia e carsismo, non può rimanere indifferente a questo fenomeno naturale. Se ci pensi bene, è qualcosa di troppo grande, di troppo imponente. Milioni di metri cubi di calcare asportati, granello dopo granello, da un fiume che, in fin dei conti, non ha certo una portata esagerata. Poco più di un torrentello, che è riuscito ad insinuarsi lentamente nel cuore dell’altopiano. Noi speleologi, questo fiume l’abbiamo ritrovato nella caverna dell’abisso di Trebiciano (effettivamente è stato Lindner a trovarlo, ma anche noi ci siamo prodigati, recentemente, in questa grotta...) ed altri lo stanno ancora cercando nella profondità calcarea (come alla Luftloch…), ma in verità non conosciamo quasi nulla del suo percorso sotterraneo. Chilometri e chilometri di gallerie, di fessure allagate, di passaggi sommersi, fino a risalire alla luce del sole nei pressi di Duino. Sono cose che se guardate con l’occhio giusto, ti danno la misura della grandezza e della complessità dei fenomeni naturali.
Dopo aver pensato questo, e dopo aver percorso in lungo e in largo il piccolo paese di Škocjan (dove mi sono soffermato ad osservare la chiesetta, la piccola cisterna, gli architravi scolpiti dei portoni, alcune iscrizioni…) sono ritornato a casa con la volontà di visitare nuovamente, e meglio, questi posti. Siamo a pochi chilometri dal confine, ma la sensazione del paesaggio è completamente diversa, più aperta rispetto al Carso triestino.
La visita a San Canziano mi ha fornito, comunque, l’ispirazione per scrivere nuovamente qualcosa, e speriamo che la voglia, questa volta, non passi.
Un saluto al prossimo post.

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domenica 7 dicembre 2008
L'altra domenica (30 novembre) si è dimostrata veramente piacevole: ultima uscita del corso di speleologia e cena finale in gran compagnia. Ma c’è stato di più: abbiamo visitato la grotta Lindner (n. 3988 VG - grotta molto conosciuta perché arriva fino alla profondità di 170 m e chiusa da un pesante cancello) in condizioni che - per quanto mi riguarda - considero particolari e quasi straordinarie. Mi spiego. La grotta Lindner è una cavità che ho visitato varie volte, in passato. Una cavità relativamente semplice, ma che presenta tutta una serie di passaggi estremamente “didattici”, cioè adatti all’insegnamento delle tecniche di progressione. Ci sono i lunghi scivoli da scendere, il traverso sopra il laghetto, la risalita lungo il camino, qualche punto un po’ più stretto ed un pozzo breve ma che presenta varie tipologie di spezzamento della corda. A tutto questo, durante la nostra uscita, si è aggiunta anche una condizione idrica particolare. Intendiamoci, nulla a che vedere con gli inghiottitoi attivi del vicino Friuli o con i meandri del Canin, che possono essere travolti da ondate di piena in occasione di grandi piogge. Nel nostro caso, però, anche la grotta Lindner, che io in altre occasioni ho visto quasi asciutta e caratterizzata solo dalla presenza di grandi masse di fango nella sua parte terminale, si è dimostrata un vero e proprio collettore delle acque meteoriche. Non certo cascate, ma forti stillicidi e piccoli rivoli che fluivano da tutte le parti, fino ad incontrarsi in un ruscelletto che interessava la parte profonda della cavità. Quello che mi è più piaciuto, e che mi ha fatto venire un po’ di nostalgia per i vecchi tempi, è stato il rumore dell’acqua. Le tante gocce che cadevano dall’alto, i numerosi rigagnoli, il torrentello che scendeva fra le colate e le concrezioni, provocavano un rumore preciso ed inconfondibile, il gorgogliare dell’acqua che scorre, che mi ha fatto ricordare le tante esplorazioni fatte in grotte che, in alcuni casi, vedevano un vero e proprio fiume gettarsi nelle loro imboccature.
Penso che la risalita sotto il bel “spinello” d’acqua che si gettava nel pozzo sia stata una bella (ed umida) esperienza per gli allievi, che hanno finalmente iniziato a muoversi in maniera un po’ più sciolta. Certo, andare in grotta in autonomia è tutta un’altra cosa, ma c’è ancora il tempo (anche al di fuori del corso) per migliorare e perfezionarsi…

L’immagine ritrae una fase della discesa (Foto Guglia)

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giovedì 27 novembre 2008
In realtà ho saltato un numero, cioè non sono riuscito a partecipare all’uscita del corso che si è svolta una domenica fa nella grotta delle Torri di Slivia (n. 39 VG) e quindi forse si dovrebbe parlare di “Corso 4”, ma lasciamo da parte questi dettagli cronologici. E’ di nuovo domenica, sveglia non proprio mattutina perché raggiungo il gruppo un po’ più tardi, ma verso le ore 11 riesco ad entrare anch’io in grotta. Si tratta della Ternovizza (n. 242 VG), cavità molto conosciuta e frequentata durante quasi tutti i corsi di speleologia. La discesa si è svolta senza problemi e la visita della parte terminale - dopo il pozzo - ha interessato gli allievi. Le uniche considerazioni negative espresse da tutti i partecipanti hanno riguardato le condizioni in cui si trova la grotta: il facile accesso ha portato ad un notevole degrado interno, con scritte alle pareti, concrezioni danneggiate e “scarburate” da tutte le parti. E’ un vero peccato, perché la cavità presenta scorci notevoli, con colonne, colate e vaschette che originariamente dovevano essere di grande bellezza. Ho fatto molte foto e le possibilità offerte oggi dalla grafica informatica hanno permesso di cancellare scritte e deturpazioni varie, ma ciò che appare come risultato finale è purtroppo ben diverso dalla realtà.
Per il resto, abbiamo dovuto dotarci di un po’ di pazienza in attesa che gli allievi risalgano il pozzo ed abbiamo patito tanto, ma veramente tanto freddo dovuto ad una corrente d’aria decisamente gelida ed insistente.

La foto che vi presento, come anticipato, è stata opportunamente corretta per cancellare scritte e danneggiamenti varie (Foto Guglia).

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mercoledì 19 novembre 2008
Dopo l’esperienza alla Grotta dei Cacciatori (n. 97 VG) per apprendere le nozioni base, la seconda uscita pratica del corso di speleologia GTS-SAS (oppure per par condicio SAS-GTS) si è svolta alla grotta Ercole (n. 6 VG). Si tratta di una cavità “classica” cioè conosciuta da tempo e molto frequentata. La facile percorribilità e la comodità di accesso hanno fatto si che alcune parti di questa grotta siano abbastanza deteriorate, con la presenza – ad esempio – di molte scritte alle pareti e stalattiti spezzate. Questo è stato notato dalle allieve del corso, che hanno evidenziato come la cavità che inizialmente doveva essere molto bella oggi si presenti, in realtà, abbastanza male. Ma si tratta – alla fine – di una palestra per apprendere la progressione verticale e solo per questo viene normalmente frequentata. Fissate le corde, è iniziata la lenta discesa, dove gli istruttori hanno espresso la loro massima pazienza nel cercare di far superare alle allieve il comprensibile primo momento nel quale ti affacci sul nero del pozzo. Pozzo che in realtà è formato da una serie di gradoni, per cui si scende per lo più seguendo la parete. Giunti sul fondo, qualche attimo di riposo per fare merenda e raccontarsi le impressioni, e poi via con la risalita, anch’essa lenta, ma speriamo soddisfacente sotto l’aspetto didattico. Io ho seguito tutto dal mio punto di vista privilegiato di osservatore e devo dire che me la sono passata alla grande, scendendo senza fatica lungo le corde ben posizionate, facendo belle foto e lasciando ad altri il compito di insegnare e disarmare. Poi tutti in osmiza. Anche questa uscita è andata per il meglio e confermo con gioia che è continuato ad aleggiare, anche in questa occasione, uno spirito positivo che non sentivo da tempo. Tutti pronti per la prossima esercitazione in grotta.

L'immagine ritrae gli istruttori e gli allievi sul fondo della grotta (Foto Guglia)

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martedì 11 novembre 2008
La SAS ha deciso di ritornare ai corsi di speleologia. Dopo averne organizzati ben 21 (l’ultimo nel 1994), è passato un lungo periodo di attesa ma, nel novembre 2008, si è nuovamente iniziato a parlare di lezioni, insegnanti, uscite e didattica. In realtà si tratta di un mezzo corso perché burocraticamente l’Adriatica non può (al momento) operare in autonomia. E’ stato così necessario unirsi agli amici del Gruppo Triestino Speleologi, che a sua volta aveva problemi di istruttori e partecipanti. Assieme si è partiti con l’organizzazione ed il giorno 6 novembre è stata tenuta la prima lezione teorica presso la sede comune di via Rossetti. Al di la della parte svolta in aula, voglio parlare di quella che è stata, invece, la parte prettamente pratica. Sabato pomeriggio si è svolta la prima uscita in grotta per l’apprendimento delle tecniche di progressione. Io ho partecipato da semplice osservatore (non sono al momento in possesso di alcuna qualifica secondo i regolamenti della SSI), ma ho controllato da lontano tutto quello che veniva fatto. Devo dire che mi è sembrato più che soddisfacente (in qualche caso anche più che buono) il livello degli istruttori e bene si sono comportati anche gli allievi. Anzi, in questo caso possiamo parlare di allieve, essendo la totalità degli iscritti al corso di sesso femminile. Mi è piaciuto molto lo spirito complessivo del gruppo insegnanti/allievi/accompagnatori, ed in generale ho potuto respirare nuovamente l’atmosfera “corsaiola” che aleggiava alla SAS agli inizi degli anni ’90, quando ciclicamente si decideva di partire con la stancante ma entusiasmante avventura del corso di speleologia.
Il bilancio finale è (ovviamente per il momento) più che positivo e speriamo che continui così nel proseguo delle uscite.

L’immagine ritrae alcuni istruttori che stanno accompagnando le allieve nella grotta denominata “dei Cacciatori” - n. 97 VG (Foto Guglia).

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giovedì 25 settembre 2008
“Ma non si sente il rumore del fiume…” Con queste parole Federico mi ha esternato la sua sorpresa quando, finalmente giunti alla fine dei pozzi verticali, siamo entrati nella grande Caverna Lindner, parte profonda dell’Abisso di Trebiciano. E’ vero, chi ha tante volte immaginato di scendere in questa grotta per incontrare il mitico fiume sotterraneo, spesso pensa ad uno scorrere violento dell’acqua, con rapide, schiuma ed un forte frastuono.
In realtà, il Timavo fluisce ad una quota media di circa 15 metri sul livello del mare, per cui non c’è spazio per salti e cascate, ma solo per uno scivolare lento e svogliato dell’acqua.
Infatti non è il fiume (almeno nelle sue condizioni normali di portata) a caratterizzare questa parte della grotta, ma la vastità della caverna, il vuoto scavato nella pietra, lo spazio conquistato nei millenni dall’inesorabile lavorio della massa idrica in movimento. Quello che colpisce veramente è l’assenza di pareti vicine, l’indefinibilità dei volumi d’aria che ti circondano, la mancanza di riferimenti certi, i suoni smorzati che rotolano lontano e si ricorrono in un brontolio confuso. Secondo me è questa la vera bellezza di questa grotta: una serie di pozzi (spesso anche brutti) attrezzati con cavi e scalette che ti permettono di scendere in profondità e sotto, improvvisa e quasi violenta, la maestosità della grande caverna. Sono sceso tantissime volte e sempre sono stato assalito da queste sensazioni: affacciarsi nel pieno che si è fatto vuoto, in uno spazio ampio ed oscuro che, per quanto preparato, non ti aspetti veramente.

Domenica ho accompagnato due amici sul fondo dell’Abisso di Trebiciano. Spero che abbiano avvertito e compreso anche loro il particolare fascino di questo luogo.

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domenica 3 agosto 2008
Avevo accennato ad un mondo magico e particolare, avevo evidenziato come l’attività avviata non potesse considerarsi per tutti, avevo indicato come - nel caso in questione - fossero davvero necessarie tante doti, come la costanza, la dedizione, il sacrificio…
Ora posso dire che la “dura realtà” è ancora più “dura” di quella che avevo immaginato.
Essendo libero dal lavoro per alcuni giorni ho pensato di dare il mio contributo allo scavo della Luftlock, grotta timavica nella quale la SAS sta lavorando da qualche anno. Non sono particolarmente allenato, anni di lavoro sedentario mi hanno in qualche modo rammollito, ma penso di riuscire ancora a dare il mio piccolo contributo.
Così, una calda sera di luglio, ci siamo trovati in quattro (Marco, Piero, Fulvio ed il sottoscritto) per una nuova uscita di recupero detriti, da far salire da –40 m alla quota di –20 m. Marco ha detto che si sarebbe trattato, complessivamente, di circa una ventina di secchi.
Pensando alla quantità di materiali che recentemente abbiamo spostato in un altro scavo (svuotamento di una gallerie seicentesca) ed al numero di secchi movimentati di media in una mattina (oltre un centinaio), ho pensato che il mio intervento nella Luftlock sarebbe stato rapido ed indolore, un lavoretto semplice e veloce, ma mi sbagliavo di grosso.
Io, fermo a –20 m alla base del pozzo d’accesso, dovevo sollevare con il verricello elettrico i vari secchi, per poi trasportarli in una cavernetta vicina (a non più di 5 m) e quindi svuotarli.
Le difficoltà sono iniziate fin dai primi momenti: ambiente stretto e fangoso, comando elettrico del verricello laborioso da azionare ed una posizione di lavoro alquanto scomoda. Ma il colpo l’ho ricevuto all’arrivo del primo secchio: in pratica si trattava di una “coso” informe, un blocco di fango che non presentava un sopra o un sotto riconoscibile, estremamente scivoloso e comunque abbastanza pesante. Staccato il cordino dal moschettone del verricello, ho trascinato il secchio fino alla cavernetta, ho sollevato il tutto all’altezza giusta ed ho rovesciato il contenitore. Secondo le mie previsioni, a questo punto, il contenuto del recipiente avrebbe dovuto uscire, ma questo non è avvenuto. Ho picchiato, strattonato, ho persino pensato di aver sbagliato posizione e quindi ho capovolto il tutto, cercando di capire dove era il fondo e dove invece si apriva l’imboccatura. Dopo vari colpi, ho visto finalmente cadere, con estrema lentezza, come al rallentatore, una prima pietra infangata e quindi ho capito in che direzione dovevo rivolgere i miei sforzi. Quindi batti, colpisci e finalmente il contenuto del secchio si è vuotato. Ovviamente solo in parte e quindi ho dovuto raschiare con le mani il viscido contenuto appiccicato alle pareti.
Risultato di questo primo svuotamento: io sudato, sbuffante, infangato in un modo ignobile ed ai miei piedi un mucchietto insignificante di pietre.
Ma questo non è bastato. Nello sganciare quel secchio dal verricello, me lo sono tirato sui piedi, protetti solamente dal sottile strato di gomma dei “trombini”. Mentre guardavo affranto la cavernetta teatro delle mie fatiche, ho sentito distintamente il mio alluce sinistro intorpidirsi in un dolore sordo e pulsante. Ho quindi subito pensato: “Se questo è solo l’inizio, sono fregato…!!!”.
Nonostante tutto, però, sono andato avanti ed ho fatto la mia parte. Almeno, magra consolazione, sottoterra non ho patito il caldo soffocante che regnava all’esterno.
Con quest’ultima stancante esperienza, comunque, non ho potuto che aumentare il rispetto e l’ammirazione che già provavo per chi, con costanza e regolarità, investe il suo tempo libero nell’affascinante ricerca del nostro grande fiume sotterraneo.

L'immagine ritrae Piero alla base del pozzo iniziale (Foto Guglia).

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giovedì 17 luglio 2008
Ho già parlato di strettoie (1 e 2) e di come, talvolta, sia veramente arduo progredire in ambienti angusti. Pensando a questo argomento e rivangando nella memoria, mi sono venute alla mente delle altre situazioni che avevo dimenticato (o forse più semplicemente rimosso…), come l’entrata dell’abisso K27 sul Pic Majot (n. 2757 FR), una strettoia a forma di “S” che mi rammenta dolorosi ed estremi contorcimenti. Ma c’è anche il passaggio all’ingresso dell’abisso Pack Man (sempre in Canin, n. 2889 FR), degno accesso ad una grotta interessantissima, ma franosa e “strana” nella sua parte iniziale.
Mi è venuta alla mente, però, anche un’immagine lontana ma perfettamente nitida, risalente a più di 20 anni fa. Eravamo a Pradis, area carsica del Friuli posta nei pressi del paese di Gerchia. Si visitavano, rilevandole, varie grotte che conoscevamo già da tempo, fra le quali un grazioso meandrino che si dipartiva ai bordi di una dolina. L’ingresso era bassetto e strettino, ma all’interno la cavità si allargava. Sempre con morfologia a meandro, dopo una decina di metri, bisognava affrontare un saltino di 5 m, per poi proseguire fino alla base di un ampia colata calcitica che decorava la parete di destra. La cavità continuava con una stretta fessura sul pavimento, che scendeva qualche metro e sembrava condurre ad una piccola saletta. Ricordo che consideravamo molto interessante questa grotta perché poteva rappresentare un ingresso più comodo alla quasi sottostante Fossa di Noglar (n. 243 FR) e quindi il forzamento della strettoia era un obiettivo di particolare importanza. In molti sono giunti fino a quel punto per osservare la fessura nella roccia, ma quasi tutti si sono voltati ed hanno considerato impossibile un suo superamento. Qualcuno ha anche cercato di infilarsi, ma senza alcun risultato: dopo pochi centimetri si rimaneva inesorabilmente incastrati e senza alcuna possibilità di proseguire. Un giorno, però, sono entrato in quel meandro (conosciuto presso il Catasto come Meandro a Sud di Battei - n. 1516 FR) in compagnia di Bobo, abile speleologo allora della SAS, detto anche Barbier o Brivec (non dirò di più perché non vedo l’amico da tanto tempo e quindi non so se sia contento di essere identificato. Ah, maledetta privacy...).
Rimane il fatto che Bobo ha guardato la strettoia e quindi ha iniziato a spogliarsi. Un primo tentativo è stato fatto togliendosi solamente il casco e l’attrezzatura speleologica. Non essendo sufficiente, è stato effettuato un secondo tentativo cavando la tuta e rimanendo in sottotuta, ma anche questa soluzione si è rivelata insufficiente, per cui è stato tentato il tutto per tutto. Bobo si è preparato ed è rimasto in mutande e trombini, un immagine “agghiacciante” a causa della ruvidità delle pareti di roccia, del velo d’acqua che le ricopriva e del freddo che regnava sottoterra. Ci sono voluti vari minuti di contorcimenti e di sforzi, ma alla fine Bobo è passato. Guardando la strettoia dall’alto ho pensato che era praticamente impossibile che l’amico riuscisse a risalire quel passaggio estremo e verticale, ma l’emozione di poter sapere cosa si celasse oltre la fessura era troppo forte, per cui ho rimandato a dopo le preoccupazioni. Purtroppo, passata una saletta con un laghetto e ricca di varie concrezioni, la cavità chiudeva inesorabilmente, quindi non rimaneva che risalire. Ci sono voluti forse 20 minuti per riuscire a superare la strettoia in salita: Bobo spingeva, si incastrava, si modellava alla roccia. Io tiravo e speravo che non succedesse nulla di irreparabile. Ma alla fine l’amico è uscito, splendido nella sua tenuta speleologica “essenziale”.
Bobo è più basso di me, ma allora non era particolarmente magro: come sia passato per quella fessura rimane per me un mistero che si scontra con le più elementari leggi della fisica. Si vede che quando uno speleologo è veramente motivato ed illuminato dalla “furia esplorativa” acquisisce possibilità e caratteristiche che normalmente sono precluse al genere umano…
Non ho, sfortunatamente, una foto che documenta il passaggio della fessura, ma l’immagine che vedete ritrae l’imbocco dello stretto meandro teatro dell’avventura (Foto SAS).

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martedì 6 maggio 2008
Domenica, ho avuto il grande piacere di accedere, per la prima volta, al magico mondo di Marco e Piero.
La speleologia è una disciplina multiforme, con tante sfaccettature, competenze e specializzazioni. Si può spaziare liberamente in ognuno di questi campi a seconda del momento e dell’interesse, oppure ci si può appassionare ad uno specifico settore.
C’è chi adora passare ore a rovistare fra le pietre alla ricerca di insetti cavernicoli, chi non si ritiene appagato se non porta a casa almeno 50 m di nuovo rilievo, chi non trova soddisfazione nell’affrontare un pozzo se questo non possiede almeno 100 m di profondità. Sono tutte passioni e personali interpretazioni che, messe assieme, concorrono a formare la “Speleologia”.
Fra le possibili tipologie di uomini di grotta esiste anche quella degli “scavatori”, ovvero degli esploratori che non provano piacere se non si costruiscono, cavando pietra dopo pietra, la loro grotta personale. A Trieste tale tipologia di ricerca è molto utilizzata ed ogni gruppo raccoglie un certo numero di suoi cultori.
Anche l’Adriatica si è impegnata - negli anni - in varie disostruzioni di una certa entità, ma se oggi devo identificare i maggiori esponenti di questa disciplina non posso che pensare a Marco e Piero. Sono anni che inseguono il sottile respiro del fiume Timavo, approfondendo nella roccia uno scavo che progredisce sulla base dei capricciosi flussi dell’aria sotterranea.
Ci sono stati momenti di grande entusiasmo, altri nei quali è stato necessario ricominciare tutto da capo.
Pur frequentando spesso questi due amici, non ho mai avuto l’occasione di accedere al loro “cantiere” e quindi mi ero fatta una particolare opinione. Nel mio immaginario, lavori di questo genere si accomunano a momenti di speleologia eroica, alle gesta di leggendari personaggi che si sacrificano per rintracciare il Timavo di profondità. Sicuramente fatica e tenacia, ma anche lotta risoluta con la dura pietra, che può regalare scorci di estetica bellezza nel frantumarsi delle rocce o nell’allargamento energico delle fessure soffianti.
Ho avuto invece la sorpresa (non necessariamente negativa) di ritrovarmi in un ambiente ben più duro ed aspro di quello che pensavo: il passaggio si infila stretto e sinuoso all’interno di una gigantesca frana, seguendone i passaggi inclinati, assecondando i rapidi cambiamenti di direzione dovuti alla presenza di qualche masso più grande, sprofondando con improvvise discese verticali lungo pareti meglio definite. Ho scoperto che uno scavo come questo non è attività per tutti. Ci vuole costanza, dedizione, sacrificio. Il Carso non si concede a buon prezzo e devi tentarlo giorno dopo giorno, devi conquistarlo metro dopo metro e non è detto che dopo mesi di lavoro il gioco non debba iniziare nuovamente lungo un’altra via.
Se devo descrivere la mia sensazione all’uscita, questa può riassumersi in un’unica parola: rispetto. Rispetto per la roccia calcarea che svela i suoi segreti solo ai migliori, rispetto per chi - affascinato da un’idea - costruisce con pazienza e perseveranza un percorso difficile e duro, ma che alla fine potrebbe portarlo al grande risultato finale: il fiume sotterraneo.
Domenica sono disceso nel magico mondo di Marco ed Piero ed ho capito, ancora una volta, perché la speleologia può essere un’attività tanto intensa ed appagante.

Ho scelto volutamente una foto che non ritrae persone: si vedono solo sassi, ferro e fango, con la luce in lontananza. E’ un’immagine quasi simbolica, uno scorcio di cavità che ben rappresenta la fatica che si sta consumando nello scavo (Foto Guglia).

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venerdì 7 marzo 2008
Recentemente, ho avuto l’occasione di rivedere una vecchia fotografia che mi ritrae nei bassi passaggio presenti all’interno della Fossa di Noglar (n. 243 FR), cavità che si apre nei pressi di Pradis, nelle Prealpi Carniche.
Devo dire che questa immagine mi ha fatto ritornare alla mente alcune situazioni che aveva cancellato. Pensare alla Fossa di Noglar, fino a poco tempo fa, mi avrebbe fatto rammentare - ad esempio - la gioia del collegamento fra questa grotta e la vicina La Val (n. 340 FR), bella impresa dell’Adriatica ottenuta nell’anno 1980. Avrei pensato poi alle giornate passate nei rami terminali assieme a Libero Degrassi, l’amico con il quale ho condiviso il piacere dell’esplorazione di alcune prosecuzioni che probabilmente, da allora, non sono state più percorse da altri.
La foto in questione, invece, mi ha fatto ritornare alla mente le molte centinaia di metri di bassi passaggi (i cosiddetti “bigoli”)che caratterizzano questa cavità. Sceso il pozzo iniziale di 45 m, infatti, è necessario infilarsi in una serie di cunicoli larghi anche qualche metro, ma alti nella parte centrale non più di 50 cm, che bisogna seguire per raggiungere le grandi caverne terminali. Ma questo non basta. In molti casi il fondo è formato da pietre arrotondate, anche di una certa dimensione, che ostacolano la progressione e, in alcuni punti, un torrentello d’acqua riesce a bagnarti per benino. Vi sono, inoltre, alcune strettoie che, per completare la situazione, ti obbligano a contorsioni ed acrobazie.
Questi passaggi devono essere percorsi con un sacco attaccato in cintura, che devi trascinare cercando di disincagliarlo ogni qual volta (molto spesso) questo si incastra su qualche spuntone di roccia. Per le persone particolarmente sensibili, infine, c’era la stretta vicinanza con alcuni particolari abitatori della grotta: il soffitto e le varie nicchie presenti sono spesso tappezzate (almeno nella parte vicino all’entrata) da decine - se non centinaia - di cavallette cavernicole (Troglophilus neglectus) che, pur essendo totalmente innocue, fanno una certa impressione se viste da così breve distanza.
Si tratta, per quanto sopra riportato, di una cavità da evitare? Oggi sicuramente non proverei nemmeno ad affrontare una sua esplorazione, sia per la mancanza di allenamento sia per le dimensioni (le mie) leggermente aumentate rispetto allora. Devo dire, però, che in quegli anni mi sembrava una grotta bella ed intrigante, per veri uomini, una palestra che poteva dimostrare le tue vere capacità, un terreno di gioco sul quale metterti alla prova… Quando hai meno di vent’anni, guardi le cose da una prospettiva diversa, che poi lentamente, ma inevitabilmente, devi modificare.

L’immagine mi vede all’uscita di un cunicolo, in corrispondenza di una piccola cavernetta (Foto SAS).

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domenica 3 febbraio 2008
Ho già ricordato come io abbia iniziato a frequentare le grotte da giovanissimo. Un corso veloce di speleologia con la SAS, qualche cavità scesa per allenamento in Carso e, con l’arrivo dell’estate, visita all’Antro di Corchia in Toscana. A quindici anni appena compiuti, un’esperienza di questo genere può essere esaltante.
Recentemente ho trovato alcuni appunti di allora che riguardavano questa avventura e, leggendo quelle pagine, mi sono ricordato di alcuni particolari che avevo completamente rimosso.
La spedizione è stata così organizzata: partenza da Trieste al mattino presto, breve sosta a Levigliani ed arrivo alle baracche della cava di marmo. Cena e veloce dormita, quindi preparazione dei materiali ed entrata nella “Buca di Eolo”. Da quel momento in poi, solamente una sequenza di spettacolari passaggi: il Gran Canyon, il Pozzacchione, il Pozzo delle Lame, il Portello, fino ad arrivare nella zona del campo. Da questo punto, invece di seguire la via del fondo come inizialmente programmato, abbiamo optato per una visita del “Ramo degli Inglesi”, allora appena scoperto. Gran bella grotta, con pareti levigate e corsi d’acqua, ma anche con gallerie dai ricchi e spettacolari concrezionamenti.
Al quarto giorno, smantellato il campo, sono iniziati la lenta risalita verso l’esterno ed il recupero dei materiali: bisogna evidenziare che a quei tempi si usavano ancora le scale e che quindi i sacchi erano numerosi e pesanti (ricordo alcuni di questi dalle dimensioni esagerate…).
Ci sono, però, due avvenimenti che - pur facendo parte integrante dell’uscita sotterranea - ho sempre tenuto in secondo piano rispetto alle vicende prettamente speleologiche. Penso sia interessante, però accennare anche a queste due circostanze.
Il primo fatto riguarda il nostro incontro con i “fiorentini”. Non ricordo a quale gruppo appartenessero, ma mi sovviene questa provenienza (forse anche sbagliata). Resta il fatto che, ad un certo punto, siamo incappati in questo campo: molto ben organizzato, posizionato in un’area relativamente comoda, con tanta gente e molti materiali. Qualcuno stava facendo da mangiare, mentre altri stavano ancora dormendo. Noi, memori delle attrezzature che avevamo portato da Trieste, siamo stati subito colpiti da una particolarità: quegli speleo non usavano gli scomodi ed ingombranti sacchi a pelo militari che avevamo noi, ma erano attrezzati con multicolori e morbidi sacchi a pelo in piuma di tipo alpinistico (allora una cosa molto rara ed estremamente costosa). Quello che ci sorprese di più è stato, però, il modo in cui queste attrezzature venivano trattate: alcuni sacchi a pelo erano strappati e scuciti, altri semplicemente buttati nel fango, uno addirittura bruciacchiato dal fuoco. Per noi era qualcosa di incomprensibile. Come era possibile trattare in quella maniera delle attrezzature così particolari e costose? La risposta era semplice: il gruppo speleologico era stato dotato di sacchi a pelo in piuma di ultima generazione per effettuare un test di “utilizzo estremo”. Bisognava trattarli malissimo, sfruttarli il più possibile e nelle condizioni più gravose. Non c’erano comunque problemi, per ogni sacco a pelo rovinato e fruttato all’interno della grotta, la casa produttrice - una volta all’esterno – ne avrebbe comunque fornito uno nuovo. In pratica, più si usava male ed intensamente il sacco a pelo, più c’era la sicurezza di riceverne uno ancora imballato in cambio del collaudo effettuato. Non so quali potessero essere i reali accordi fra il produttore ed i collaudatori, ma questo è stato quello che ci è stato raccontato al momento. Per noi, era una vera e propria depravazione trattare in quel modo delle attrezzature che, praticamente, non potevamo permetterci.
Ricordo che quando siamo ritornati al nostro campo ed io mi sono infilato nel mio grosso, scomodo e pesantissimo sacco a pelo militare di costruzione americana, ho pensato come in molte occasioni l’attrezzatura possa veramente fare la differenza e trasformare campi freddi e scomodi in momenti caldi ed accoglienti. Poi ho pensato come, in ogni caso, anche il mio vecchio sacco facesse il suo sporco dovere, anche se con un ingombro maggiore e qualche chilo in più.
Al momento di uscire, ho avuto la tentazione di scavare un buco e lasciarvi dentro il mio sacco a pelo tanto grosso e pesante, ma poi - premendo, strizzando e pigiando - sono risuscito a farlo entrare in un sacco ed abbiamo iniziato la risalita ed il lungo trasporto dei materiali verso l’uscita. Quel vecchio sacco mi è stato compagno fedele in numerosissime altre avventure ed esplorazioni, e solo molti anni dopo è stato sostituito da un prodotto più moderno, leggero e “performante”. Non so dove ora sia finito, ma mi piacerebbe averlo ancora nell’armadio a ricordo dei tanti momenti sereni passati assieme.

L’immagine ritrae il campo dei “fiorentini”. Mi scuso se ho sbagliato la provenienza di questi amici speleo e se qualcuno avrà l'innaspettata sorpresa di rivedersi in quel contesto, ben 35 anni dopo i fatti descritti (Foto SAS).

(Continua)

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giovedì 24 gennaio 2008
Ci sono grotte che, nella vita di un gruppo speleologico, contano maggiormente di tante altre. Non sono necessariamente le più profonde o le più estese, ma sono quelle che hanno visto la profusione di più impegno, affiatamento e sacrificio, e quindi hanno riservato superiori soddisfazioni.
Se penso all’Adriatica di qualche anno fa, mi viene in mente l’inghiottitoio dell’Arco Naturale (n. 538 FR). La zona è quella di Pradis Grotte (nel vicino Friuli) e la cavità era quella che avevamo visitato varie volte, anche con i corsi di speleologia. Un giorno, però, ci siamo resi conto che il rilievo allora disponibile era alquanto diverso dalla reale morfologia della grotta e vari rami non erano nemmeno riprodotti. Ci siamo così impegnati nella completa revisione del rilievo, con numerose uscite finalizzate all’esplorazione di tutte le diramazione ed alla raccolta dei dati numerici descrittivi. Abbiamo controllato palmo a palmo il ramo principale, abbiamo visitato e documentato le varie vie secondarie (spesso molto strette) ed abbiamo risalito numerosi camini. Il risultato complessivo è stato un rilievo che ha portato lo sviluppo ad oltre 800 m, per una profondità accertata di 79 m.
Particolare soddisfazione è stata quella di rintracciare un nuovo ramo ascendente che, dalla profondità di circa 60 m, risaliva quasi fino alla superficie, presentando una strettoia abbastanza selettiva ma permettendo di raggiungere un’ampia caverna inclinata. Quando abbiamo concluso le operazioni di rilevamento, c’erano ancora tre punti interrogativi legati a presunte prosecuzioni che bisognava verificare. Una di queste si apriva al di sopra dell’ultima caverna presente prima del sifone terminale ed è stata da noi in seguito raggiunta e rilevata. Un’altra possibile prosecuzione si sviluppava alla base dei pozzetti d’accesso, ma in questo caso qualcuno - negli anni - ci ha preceduto, rilevando un breve ramo ascendente. Anche la terza presunta prosecuzione è stata verificata da altri. Siamo arrivati nella caverna armati di tutta le attrezzature necessarie per una risalita “in artificiale”, ma qualcuno aveva già infisso una serie di chiodi ad espansione per raggiungere la finestra in questione. Controllando il rilievo, però, ho in seguito scoperto che il ramo era brevissimo, per cui è stata forse più accettabile la delusione di vedere che altri avevano già fatto la risalita, rispetto a quella di armare per primi la stessa risalita per poi trovare solo pochi metri di nuovi passaggi.
Certo, l’inghiottitoio dell’Arco Naturale è una bella grotta, con acqua, passaggi in arrampicata, brevi pozzetti e grandi caverne. Penso sia perfetta per avvicinarsi alla particolare categoria delle grotte “bagnate” presenti in Friuli. Conto di ritornarci quanto prima, sia per fare foto sia per accompagnare i miei giovani amici in questa cavità che ha comunque rappresentato - anni fa - un momento importante per la SAS.

L’immagine, risalente a trent’anni fa e non molto riuscita, mostra un passaggio dell’inghiottitoio dell’Arco Naturale (Foto SAS)

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lunedì 21 gennaio 2008
Il primo a rimanere conquistato dalla Grotta Nuova di Villanova (n. 323 FR) è stato l’amico Bruno Vittori (Bobo). In seguito sono stati coinvolti anche altri speleo, finché non si sono raccolte forze sufficienti per contribuire fattivamente all’esecuzione del nuovo rilievo della cavità. L’impresa è stata quindi avviata come un’attività di collaborazione fra più gruppi, ovvero il C.S.I.F. di Udine, il G.T.S. di Trieste e la S.A.S. sempre di Trieste.
Nella pianificazione del lavoro, a noi sono toccate alcune diramazioni laterali, come il ramo Battisti, ed una complessa zona di cunicoli che si apriva in corrispondenza della parete destra del ramo principale. Controlla una fessura, verifica un passaggio ed ecco che quelle che sembravano diramazioni di poco interesse sono diventate un articolato ed esteso complesso di passaggi e caverne. Fatte alcune punte conoscitive, è stata quindi organizzata la prima spedizione “di massa” dell’Adriatica, per procedere nell’esplorazione definitiva di questi rami ed iniziare la loro topografia. All’epoca si potevano anche organizzare uscite con la presenza attiva di una ventina di speleo, cosa che oggi è di ben difficile attuazione in qualsiasi gruppo speleologico cittadino. Preparati i materiali, una domenica ci siamo trovati, infatti, in una ventina di amici, pronti per “l’assalto” alle nuove prosecuzioni della cavità. Scesi lungo il ramo principale, abbiamo per prima cosa affrontata la strettoia posta all’inizio del “ramo del Makita”. E proprio qui sono iniziate le prime defezioni. Dopo aver superato lo stretto passaggio, abbiamo preso atto di come un primo gruppetto di speleo aveva dovuto rinunciare, non riuscendo a superare l’infida strettoia. Ma eravamo solamente all’inizio, in quanto altri due punti dalle esigue dimensioni ci dividevano dai rami che dovevamo esplorare e rilevare. Anche al secondo ostacolo alcuni compagni dovettero dichiarare forfet ed il numero degli esploratori si faceva via via più esiguo. Siamo arrivati, finalmente, alla terza fessura, quella per me più ostica e difficile. Anzi, quando ho voluto scrivere alcune righe su cosa si prova quando si ci infila in una stretta spaccatura della roccia, mi sono ispirato proprio a questo difficile passaggio. Morale della favola, siamo partiti in venti, ma siamo arrivati solamente in quattro. C’ero io, Bruno Vittori, Aldo Fedel e un quarto amico di cui non ricordo il volto. Quella è stata un’uscita lunga, faticosa e complicata, dalla quale siamo comunque usciti con una conoscenza migliore del complesso sotterraneo e con molti fogli sporchi di fango contenenti i dati numerici del rilievo di quei rami profondi.
Questo succedeva alla domenica. Ricordo che al martedì - giorno nel quale ci si ritrovava per lavare i materiali - sono entrato in sede, dove molti amici stavano dedicandosi a varie attività: chi controllava le corde, chi sistemava i sacchi, chi puliva il materiale di rilievo. Tutti erano seri ed impegnati nelle loro mansioni. Guardando bene, però, ho notato che tutti avevano attaccato alla maglietta una specie di stemma, quelli che oggi vengono comunemente chiamati i pins. Si trattava di un logo circolare, a sfondo giallo, che raffigurava un serpentello che guardava con aria stupita una specie di fessura dalle strette dimensioni. Sopra il disegno capeggiava, in caratteri rossi, la scritta "Villanova, no grazie!”
Era stata quella la risposta ironica dei vari compagni che, non riuscendo a superare le strettoie, aveva deciso di non farsi più coinvolgere nell’esplorazione di grotte dalle dimensioni così esigue. Pur sorridendo, in quel preciso momento abbiamo capito che il rilievo della cavità sarebbe rimasto a carico dei pochi “strettoisti” disponibili ed è stato così che, per qualche tempo, un gruppetto alquanto ristretto, ma molto affiatato, ha lavorato da solo nei rami interni della Grotta Nuova di Villanova. Oggi di quell’attività rimane il ricordo delle belle giornate passate insieme ed un rilievo che ancora oggi è consultabile presso il Catasto delle Grotte.
(Foto Guglia)

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sabato 8 dicembre 2007
Il Bus della Rana è una bella grotta sub-orizzontale che si apre presso il paese di Monte di Malo. La prima volta che ci sono andato sarà stato alla fine degli anni settanta, con una minispedizione di amici della SAS.
Ci sono ritornato altre volte e qualche cambiamento l’ho riscontrato, come ad esempio la realizzazione di una ferrata lungo il lago posto presso l’ingresso ed i nuovi cancelli di chiusura sistemati all’entrata.
Ritornando alla mia prima visita, eravamo in cinque, di cui ricordo bene solo Giacomo Nussodorfer (Nuss) e Maurizio Glavina (Glavu). Quella volta non c’erano a disposizione le automobili, per cui ci siamo recati a Vicenza in treno. Giunti in città, siamo stati ospiti del gruppo grotte locale e devo ancora ringraziare i nostri accompagnatori per la splendida visita guidata notturna che ci hanno fatto fare nel bellissimo centro storico. Ritirata la chiave del cancello, siamo ripartiti alla volta della grotta con l’autocorriera. Già questo viaggio è risultato abbastanza movimentato, con un bel “frontale” capitato a qualche chilometro dall’arrivo, quando alcuni ragazzi hanno deciso di emulare (evocando una famosa gara che si correva in quei giorni) i piloti di rally che si cimentavano proprio sul quella strada, riuscendo però solamente a sfasciare l’automobile su cui stavano viaggiando.
Piantato il campo, la mattina dopo siamo finalmente entrati nella cavità. Superato il cancello di chiusura, abbiamo percorso il laghetto con il canotto ed abbiamo visitato l’esteso e complesso sistema di gallerie che forma quest’interessante cavità. Molte ore dopo, oramai all’uscita, abbiamo deciso di dare un’occhiata anche ad un cunicolo laterale che si apre proprio presso l’ingresso, che se non sbaglio si chiama “ramo delle marmitte”.
A questo punto, devo premettere una cosa. La chiave che chiudeva il cancello della grotta era gelosamente custodita, allora, da tre gruppi speleo. Ogni associazione vigilava sull’attività delle altre, controllando in modo incrociato le modalità di accesso consentite ai soggetti esterni. Per questo motivo ci è stato calorosamente raccomandato di stare attenti, redarguendoci sul fatto che l’essere lasciati soli senza accompagnamento era un grande gesto di fiducia e che se, malauguratamente, la chiave veniva persa ciò rappresentava un grosso guaio. Non era possibile, infatti, farne una copia e quindi bisognava avvertire gli altri due gruppi, con gli evidenti problemi che ne potevano conseguire. Noi abbiamo rassicurato che saremmo stati attentissimi e che quindi non c’era da avere alcun timore.
Tutto è andato per il meglio, finché non ci siamo infilati nel ramo secondario di cui vi ho anticipato. Non si trattava di passaggi difficili: solo qualche piccolo dislivello in risalita e tanta acqua. Tralascerò sul chi sia stato e in che modo sia successo, vi dirò solamente che ad un certo punto la chiave è caduta in una pozza (proprio una delle marmitte che da il nome al ramo nel quale ci trovavamo). Resoci subito conto del grande pasticcio, abbiamo fatto di tutto: abbiamo scavato, spostato sassi, costruito sbarramenti, ma la chiave non saltava fuori. Mi ricordo addirittura che ad un certo punto, disperati, ci siamo distesi di traverso al corso d’acqua per fare una diga umana e permettere agli altri di cercare meglio, ma senza alcun risultato. Dopo un po’ di tempo abbiamo, quindi, deciso di rinunciare.
Noi eravamo sicuramente afflitti, ma mi ricordo perfettamente la faccia del responsabile a cui dovevamo restituire la chiave ed al quale abbiamo dovuto confessare il fattaccio. Il viso sorridente è diventato immediatamente serio, mentre le guance diventavano sempre più rosse. Poi, senza dire una parola, ci ha fatto il gesto di uscire dall’ufficio dove avevamo l’appuntamento per la restituzione. Nessuna minaccia, nessun improperio, ma siamo stati cacciati in silenzio, inseguiti da sguardi di fuoco …. Penso che ce lo siamo proprio meritato.
Nonostante questo contrattempo, l’uscita si è comunque conclusa felicemente in una cascina sui colli attorno a Vicenza dove, in compagnia degli spelo locali, ci siamo presi una bella ciucca liberatoria a base di un buon frizzantino bianco del posto.

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lunedì 3 dicembre 2007
Guardando fra le vecchie fotografie, ho trovato alcune immagini relative ad un campo invernale organizzato dalla SAS nella zona di Pielungo (anno 1978 ?).
Pur avendo fatto, in tale occasione, un’intensa attività speleologica, devo dire che - curiosamente - non rammento oggi alcunché di tutto quello che è successo nel sottosuolo. Ho però una precisa memoria di quanto è accaduto negli intervalli fra un’uscita in grotta e l’altra.
Mi sovviene che abbiamo dormito in un fienile e di come il padrone dell’edificio, venuto con l’intento di cacciarci dalla sua proprietà, sia stato alla fine impietosito dal nostro aspetto dimesso e ci abbia fatto rimanere. Ho perfettamente in mente alcune lunghe scarpinate che abbiamo fatto di notte: era inverno e l'oscurità scendeva presto. Allora noi partivamo da Pielungo per raggiungere a piedi la trattoria che si trovava a Pradis Grotte, a circa otto chilometri di distanza. Si trattava di un percorso lungo e buio, spesso spazzato dal vento gelido e dove talvolta si formavano lastre di ghiaccio. Arrivati nella trattoria si faceva baldoria fino a tardi con gli amici del posto, che conoscevamo da anni, per poi rientrare - a notte fonda - al fienile dove dormivamo. In alcuni casi abbiamo impiegato anche quattro ore per ritornare, sia a causa del grande freddo, sia della quantità d’alcol ingerita (d’altra parte era più che giustificata l’assunzione di una dose personale di antigelo…).
Di quelle camminate ricordo ancora oggi il cielo stellato. Penso che quella sia stata l’ultima volta in cui ho visto davanti ai miei occhi tutto il luminoso firmamento. Una miriade di punti luccicanti che disegnavano la via lattea, non disturbati da alcuna fonte luminose artificiale. L’atmosfera tersa di quei giorni e l’aria cristallina facevano poi il resto. Quello spettacolo unico, il numero di stelle visibili e la loro brillantezza, rimarranno per me un preciso riferimento, che ben difficilmente sarà possibile superare in altre occasioni.
Devo dire che mi mancano un po’ questi campi, non solo per la possibilità di fare una sana attività speleologica, ma principalmente per la compagnia degli amici e la condivisione di un’esperienza dura ma gratificante.

L’
immagine ritrae gli amici Libero Degrassi e Fabio Longo davanti al fienile dove dormivamo (Foto Guglia).

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sabato 3 novembre 2007

Oggi, che non scendo più così assiduamente in grotta, penso spesso all’attività fatta negli anni passati ed alle tante cavità che ho frequentato, in esplorazione, per fare il rilievo o semplicemente per puro piacere. E’ difficile fare una graduatoria (ogni buco nel terreno per un maniaco del sottosuolo ha i suoi aspetti positivi), ma cercherò di ricordare le visite che più mi hanno appassionato.

Inizierò parlando delle grotte più belle sotto l’aspetto estetico. Mi vengono subito in mente l’Antro di Corchia (Toscana) ed il suo “gran canyon” (forse perché si è trattato della mia prima vera grotta nel 1973) ed i pozzi terminali del Bus della Genziana (Veneto). Un’immagine particolare che mi sovviene è anche quella del meandro profondo di Castel Sotterra (Veneto), dove ricordo un bel torrente ed i ciottoli di selce nera luccicante, incastonati nelle pareti di conglomerato, ma non posso scordare alcune belle gallerie con acqua nei rami interni del Bus della Rana (Veneto).
Da segnalare anche alcune grotte più piccole ma esteticamente interessanti, come l’Inghiottitoio dell’Arco Naturale (Pradis), oppure la Risorgiva di Mineres (Pielungo). Parlando invece di cavità più classiche, come non pensare a Postummia in Slovenia (non certo la parte turistica, ma i rami interni che permettono di collegarsi alla grotta Nera ed all’Abisso della Pivka), dove ricordo spiaggette di sabbia con numerosi protei (sto parlando di quelli veri e non di quelli ficcati a forza nelle vasche e “cucinati” con le lampade elettriche ad uso e consumo dei turisti) che stavano tranquillamente dormicchiando senza presentare alcuna paura nei confronti di noi speleologi. Molto bella anche la grotta di Castel Lueghi (Slovenia), con dei rami molto estesi ed un arrivo d’acqua interno che risale la montagna fino a quasi uscire all’esterno (la presenza di un copertone trascinato dal torrente indica un sicuro collegamento).
Ci sono poi le grotte ad andamento verticale che possiedono il particolare fascino del vuoto ed a tale proposito mi vengono in mente la Provatina (enorme pozzo della Grecia) ed anche una quasi dimenticata Spaluga di Luisiana (Veneto) che non saprei collocare precisamente, ma che mi evoca particolari sensazioni legate ad un grande ed aereo pozzo.
Non posso dimenticare, certo, le grotte del Canin: non tanto quelle più famose e conosciute, ma quelle più piccole nelle quali abbiamo a lungo cercato le prosecuzioni, come il K7 o il K27, cavità profonde qualche centinaio di metri ma nelle quali si racchiudono tutte le caratteristiche che accompagnano l’esplorazione del fenomeno ipogeo di quell’altipiano (stretti meandri, roccia bianca e levigata, ma anche tanto freddo e fatica…)
Per finire devo necessariamente citare anche alcune grotte classiche del nostro Carso, come l’Abisso di Trebiciano - n. 17 VG (nel quale ho trascorso tantissime giornate della mia vita speleologica), oppure la Fessura del Vento - n. 4139 VG, cavità complessa che si apre nella Val Rosandra. Impossibile non ricordare, infine, alcune cavità minori che, pur essendo molto frequentate, hanno comunque un loro particolare fascino, come la Noè (n. 90 VG) con il suo largo pozzo, le Torri di Slivia (n. 39 VG) cavità nella quale ho lavorato a lungo o la grotta Lindner (n. 3988 VG) che mi ha sempre affascinato per la sua particolare morfologia.
E’ curioso osservare come, pensandoci bene, mi vengano alla mente anche frammenti di ricordi legati a buchetti insignificanti, strette fessure nelle quali abbiamo faticato per avanzare solo di pochi metri, per poi arrendersi davanti a strettoie decisamente impraticabili. Da tutto questo emerge come forse, alla fine dei conti, abbia una sostanziale importanza non solo l’aspetto della grotta, ma anche la compagnia con la quale abbiamo condivisa l’esperienza. Ogni cavità, infatti, è per me indissolubilmente associata a visi e persone, e molto spesso proprio la presenza di questi amici ha fatto la differenza. E’ probabilmente per questo motivo che la speleologia ha rappresentato un valore importante nella mia vita, perché si è trattato sempre di momenti vivi ed intensi da dividere con gli altri.

Nell'immagine si può vedere la mia fidata ed esperta assistente fotografica (quella che recentemente mi ha distrutto il flash al quale ero più affezionato!!) in una bella grotta del nostro Carso (Foto Guglia).

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venerdì 12 ottobre 2007

Ho scritto recentemente (1) - (2) della mia esperienza sull’altopiano di Astraka, durante la visita alla grotta denominata Provatina. Ho parlato del lungo avvicinamento, della ricerca e della discesa nella profonda grotta, nonché delle varie e strane vicissitudini che hanno caratterizzato quell’uscita.
Rileggendo il tutto, però, mi sono accorto di non aver accennato ad una particolare circostanza occorsa durante il ritorno al paese di Papingo. Per essere autonomi per tutto il tempo necessario, avevamo vari sacchi con i materiali da campo, le tende, i sacchi a pelo ed i viveri. Ovviamente avevamo anche tutte le attrezzature per armare la grotta: corde, placchette, moschettoni, ecc. Si trattava, quindi, di un bel mucchio di tubolari in PVC, ben compressi ed abbastanza pesanti. In andata ci siamo fatti aiutare, inizialmente, da un simpatico somarello, che si è caricato sul basto vari sacchi. Poi, quando è iniziato il terreno innevato, abbiamo dovuto dividerci il carico e caricarselo in spalla. Ricordo come estremamente faticosa la salita dei vari canaloni fino alla sommità dell’altipiano, anche se devo dire che la neve primaverile era comunque ben salda e compatta. Qualche giorno dopo, completata la visita alla grotta e ricaricati i materiali in spalla, abbiamo iniziato la lenta discesa verso valle. Si trattava di ridiscendere lungo i vari pendii di neve, fino a raggiungere il sentiero che ci avrebbe portato, in non più di un’ora di cammino, al paese ed alle automobili che ci stavano aspettando. Ovviamente è stata adottata ogni soluzione per risparmiare la fatica e preservare le poche energie rimaste ed è così che è stata utilizzata la tecnica della “discesa su sacco”. Non si è trattato sicuramente di una metodologia inedita ed ho letto di altre spedizioni che, al momento della discesa, si sono sbizzarrite in soluzioni di “scivolamento frenato”. Noi, semplicemente, ci siamo seduti ognuno sul proprio sacco e, a cavallo di questo, siamo scesi velocemente verso valle. Devo dire che la qualità della neve, la pendenza dei canaloni, le caratteristiche del sacco, il peso degli speleo, hanno rappresentato un mix di condizioni ideali per una discesa rapida e costante, ma - nel contempo - sempre controllata e sicura. Con questa tecnica ci siamo risparmiate varie centinaia di metri di discesa a piedi, giungendo ben presto al sentiero sottostante.
La giornata era splendida con cielo sereno, sole luminoso ed un panorama aperto e limpido. Quella veloce discesa fra i monti del Pindo, rappresenta per me un ulteriore ricordo positivo di quell’interessante uscita svolta nel 1981 in terra di Grecia.


Non possedendo immagini della discesa, allego quindi una foto relativa alla salita verso l’altopiano innevato di Astraka (Foto Guglia).

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mercoledì 5 settembre 2007

Durante i miei trentacinque anni di speleologia, in certi periodi molto attiva ed in altri più "osservativa", ho fatto un po’ di tutto, alcune cose buone ed altre meno. Qualche mia scarburata è sicuramente ancora presente in certe grotte (risalente a periodi dove tale abitudine era prassi normale), ho scavato e demolito, e talvolta ho danneggiato qualche concrezione per progredire oltre nell’esplorazione. Nella mia carriera c’è, però, un avvenimento di cui, forse in maniera immotivata, sono abbastanza fiero. Non ne avrei certo parlato, se recentemente qualcuno non mi avesse preso in giro relativamente ad una mia supposta incapacità di identificare nuove prosecuzioni ed alla necessità che altri debbano intervenire per risolvere certi problemi esplorativi.
Ma spieghiamo il tutto con calma e precisione.
Intanto identifichiamo il luogo: il fatto si è svolto nella grotta denominata "Torri di Slivia" (n. 39 VG). Per la SAS questa non è stata certo una grotta come tutte le altre. Per anni la mia società ha lavorato nella sistemazione e nel potenziamento delle sue strutture interne per permettere un accesso più facile e tantissime sono state le comitive di studenti (dagli asili alle scuole superiori) che abbiamo accompagnato in questa grotta. Al suo interno abbiamo avviato svariate iniziative rivolte alla divulgazione del mondo ipogeo ed organizzato concerti con tanto di palco smontabile innalzato nella grande caverna. Per chi non conoscesse questa cavità, si può dire che si tratta di un ampio vano adorno di bellissime concrezioni (le "torri" ricordate anche nel nome), che presenta due ingressi: un pozzo naturale di 40 m per gli speleologi esperti ed un ingresso artificiale (realizzato già negli anni sessanta) per i normali escursionisti. Come supporto ai vari lavori intrapresi, abbiamo ritenuto opportuno (nel 1988) predisporre un nuovo rilievo di precisione della grotta. Tali misurazioni sono partire dalla definizione di alcuni capisaldi principali identificati con il teodolite, dal quale si dipartivano poligonali secondarie tracciate con strumenti di uso speleologico. Quest’attività ha visto la presenza nella cavità di una piccola squadra di rilevatori per varie domeniche consecutive ed è durante una di queste uscite che ci siamo accorti di una cosa curiosa. In una giornata di forte Bora abbiamo potuto verificare come da una fessura presente su un’ampia colata calcitica si sprigionasse un possente e rumoroso "soffio" d’aria, che variava d’intensità in diretta relazione con le raffiche esterne del vento. Abbiamo verificato attentamente questo fenomeno che, pur avendo ovviamente origine da qualche pertugio sconosciuto che si apriva verso l’esterno, dava la precisa sensazione di essere collegato anche a dei vani di una certa dimensione. La decisione da prendere era semplice: lasciare tutto come stava, rinunciando magari a qualche decina di metri di nuovo sviluppo, oppure aprire un bel passaggio praticabile all’interno di una colata ricca di colonne, drappeggi e concrezionamenti vari.
Ci abbiamo pensato un po’ e la nostra decisione è stata la seguente: non ne valeva la pena. Ci sono ancora tante grotte da trovare, tante prosecuzioni da identificare, senza andare a demolire una cavità conosciuta da sempre per le sue concrezioni. Ci sono ancora tante fessure soffianti legate a fenomeni profondi, dove l’aria che si sprigiona è legata al "respiro " del mitico Timavo e non certo alle imprevedibili folate della Bora. Abbiamo quindi archiviato questa informazione fra le tante altre che riguardavano la grotta … e gli anni sono passati tranquillamente, finché (nel 1993) un altro gruppo speleologico locale ha rintracciato quella stessa fessura ed ha deciso in maniera diversa dalla nostra.
Devo subito precisare che non intendo condannare o criticare nessuno, e che la demolizione in grotta è attualmente una prassi consolidata che ha dato, in molti casi, grandi risultati. Ho più difficoltà ad accettare il fatto che qualcuno mi abbia evidenziato come, nonostante la nostra lunga frequentazione della cavità, non avessimo mai visto la possibile prosecuzione e che invece altri, in un batter d’occhio, siano venuti, abbiano praticato lo scavo e trovato subito la nuova galleria. Non voglio parlare di etica speleologica, o di coscienza naturalistica, o di altri moralismi del genere: ognuno si gestisca queste cose da solo, come meglio crede ed in completa autonomia. Voglio invece parlare di scelte: noi abbiamo fatto la nostra e questa è degna di rispetto almeno come quella di chi invece ha preferito agire a colpi di demolitore.
Certamente su queste faccende ho la mia personalissima idea e penso che ci debba essere un ragionevole compromesso fra i danni causati, con la rottura di equilibri instauratisi in tante migliaia d’anni, e la smania di trovare ad ogni costo una prosecuzione. Ci sono grotte bruttissime, scavate nella nuda roccia, dove uno scavo arreca pochi danni, specialmente se praticato con intelligenza ed attenzione. Ci sono altre grotte, invece, che per le loro speciali caratteristiche e certamente non solo per la presenza di belle concrezioni, meritano sicuramente più attenzione e rispetto.
Come ho detto prima, non rinnego la scelta fatta allora e, anche se non tutti possono capirlo, ripenso ancora oggi a questa faccenda con un certo senso di orgoglio per la decisione presa. Certo, guardando il buco che c’è ora in mezzo alla colata per accedere al nuovo ramo dei "Grottenarbeiter", mi domando a cosa sia servita tale nostra decisione. Pazienza, la vita, nel bene e nel male, è anche questa …


L
’immagine ritrae la caverna principale, ricca di concrezioni, della grotta denominata "Torri di Slivia" (Foto Guglia).

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martedì 28 agosto 2007

Come già descritto , dopo aver riposato alla meglio ed aspettata la notte, abbiamo deciso di provare nuovamente. Sono quindi scesi Marino, Ferruccio ed il sottoscritto. I primi due hanno raggiunto facilmente - senza alcuna difficoltà - il piccolo terrazzo a circa metà grotta e quindi è arrivato il mio turno. Passati i primi tre spezzamenti, ho affrontato la grande campata in libera formata da quasi duecento metri di tiro unico. La corda si posizionava esattamente al centro del pozzo e le pareti distavano circa una decina di metri. Percorsi i primi 160 m di corda, mi sono fermato in corrispondenza di un nodo che univa due spezzoni di fune. Non si trattava di una operazione difficile o complessa, ma comunque era necessaria una certa attenzione per quello che si stava facendo. Mentre ero indaffarato nella manovra, ho sentito distintamente un rumore che si faceva sempre più forte. Difficile descriverlo, ma poteva assomigliare al fischio vibrante che un armadio produce precipitando nel vuoto. Non so perché allora mi è venuta in mente questa strana immagine, ma ben presto dal buio è emerso un blocco biancastro di ghiaccio che mi ha sfiorato e che, sibilando, è andato a schiantarsi, con un sordo boato, sul nevaio posto qualche decina di metri sotto i miei piedi. La mia paura è stata ampliata non solo dal fatto che quel blocco è passato a non più di due metri da me, ma dalla sorpresa nel constatare come anche di notte, nonostante la temperatura più bassa, tale fenomeno continuasse a ripetersi. Ero quasi incredulo e ricordo che guardavo spaventato le mie gambe, in parte ricoperte da un sottile strato di neve scesa assieme alla massa principale. La conclusione della prima parte della discesa si è svolta, quindi, con molta apprensione e con qualche caduta minore di neve lungo il pozzo. La seconda parte della verticale ha riservato invece ulteriori difficoltà: non solo il ghiaccio che precipitava andava a concentrarsi in un punto più ristretto della grotta, ma anche l’acqua, che cadeva abbondante da vari arrivi secondari posti lungo le pareti, nebulizzava rendendo difficile la respirazione.
Nonostante vari tentativi, non siamo riusciti a raggiungere la base del pozzo ed abbiamo così dovuto arrenderci ed iniziare la lenta risalita. Giunti nuovamente sul piccolo terrazzino, ci siamo trovati in tre: io, Ferruccio ed un bel sacco di PVC arancione con dentro 200 m di corda bagnata. Ovviamente il sacco non sarebbe risalito da solo e bisognava decidere chi si sarebbe sacrificato per il suo recupero. Non rimaneva che tirare a sorte. Pagliuzza lunga, pagliuzza corta ed è così che mi sono guadagnato sul campo un bel premio: una risalita in compagnia. Sarà stato l’allenamento non perfetto, la paura legata alla caduta dei blocchi di ghiaccio (che ci hanno accompagnato per tutto il tempo), oppure per la graziosa zavorra che mi sono attaccato alla cintura, ma quegli ultimi 200 m mi sono sembrati eterni. Alla fine siamo usciti tutti quanti e tutte le corde sono state recuperate. Fuori ha iniziato a piovere, poi a grandinare e quindi ci siamo ficcati in cinque in una piccola tendina canadese da due. Abbiamo aspettato l’alba e, sistemati gli zaini e caricati i sacchi, siamo scesi verso Papingo.
Se sotto l’aspetto prettamente sportivo non si è trattato di un grandissimo risultato (il fondo, alla fine, non è stato raggiunto), l’esperienza complessiva, però, è stata bellissima: conoscere posti lontani con una natura selvaggia ed incontaminata, affrontare un lungo avvicinamento alla grotta e discendere in una cavità che si è dimostrata complessa e pericolosa. La compagnia, poi, era ottima e quindi ne è valsa sicuramente la pena.
Unica certezza: non affrontare mai più la Provatina in primavera, nel periodo del disgelo.
Ricordo ancora il nostro addio all’altipiano di Astraka e la visione mozzafiato delle profonde gole del fiume Vikos. Uno spettacolo tanto emozionante che, molti anni dopo, ho portato la mia neo/moglie a visitare questi luoghi durante il viaggio di nozze (la ringrazio ancora per la pazienza dimostrata).

Nelle foto si possono vedere uno dei vari sprofondamenti presenti sull’altipiano di Astraka che abbiamo controllato in cerca della Provatina e la parte iniziale del grande pozzo (Foto Guglia).

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posted by Paolo at 18:32 | 0 comments
mercoledì 22 agosto 2007

Penso che gli unici che conoscono bene questa storia sono solamente i diretti interessati ma, trascorsi tanti anni, è oggi possibile confessare a tutti quello che è successo nel ventre dell’altopiano carsico di Pradis. Ovviamente devo spiegare a cosa mi riferisco e fare un po’ di storia.
La SAS operava da qualche tempo nell’area di Pradis Grotte e, su indicazione di qualche consocio proveniente da un altro gruppo, si cercava allora di fare qualche importante ritrovamento nella Fossa di Noglar, grotta nella quale la SAG aveva lavorato per molti anni. Il nostro progetto era quello di trovare un ingresso secondario, di rilevare i rami interni e di procedere con il collegamento alla vicina grotta di La Val. Ad esclusione del primo obiettivo, gli altri due traguardi sono stati ampiamente raggiunti.
Ma procediamo per gradi. Dopo qualche uscita preliminare per ambientarci, è stata organizzata la spedizione che doveva portare ai primi concreti risultati. Si trattava di strisciare lungo i cunicoli (i cosiddetti "bigoli") per quasi due chilometri, raggiungere le grandi caverne terminali, organizzare un campo interno e procedere quindi nei rami finali in cerca di nuove prosecuzioni. La squadra era composta, complessivamente, da una decina di persone. Un primo gruppo doveva entrare con un giorno di anticipo e portare un po’ di materiale per la progressione e qualche attrezzatura per il campo. Il secondo gruppo doveva invece trasportare tutto il materiale rimanente e dare man forte nelle esplorazioni. Non ricordo bene tutti i componenti della spedizione, ma sicuramente nella prima squadra c’eravamo io, Libero Degrassi, Aldo Zadro e - mi sembra – Walter Baldinelli (Baldo). Nella seconda squadra rammento Erwin Pichl, Maurizio Lussetti (Leo), Roberto Hechic e qualche altro.
Noi siamo entrati con puntualità e, dopo aver percorso strisciando tutti quei lunghissimi passaggi alti non più di 50 cm, siamo arrivati alle grandi caverne terminali. Dopo aver trovato il punto adatto, abbiamo fissato i teli di nailon, sistemati i sacchi a pelo, organizzata la cucina e preparata la riserva d’acqua. A questo punto ci siamo messi a riposare, in attesa della seconda squadra. Sono passate le ore, ma nessuno arrivava all’appuntamento. Abbiamo così iniziato a preoccuparci, non essendoci nessuna possibilità di comunicare con l’esterno. Con molte ore di ritardo abbiamo sentito, finalmente, qualche voce ed ecco comparire la squadra che stavamo aspettando, con le dovute attrezzature.
Anche da una prima occhiata si poteva capire, però, che qualcosa non aveva funzionato: intanto si trattava di sole quattro persone rispetto alle sei previste e poi mancavano all’appello vari sacchi di materiali. Guardando in faccia gli amici, era inoltre evidente che era successo qualcosa di grave e ben presto abbiamo compreso di cosa si trattava: una ricca festa a base di salsicce e di vino si era conclusa in un’ecatombe alcolica, con compagni tramortiti e altri dispersi nei boschi attorno all’ingresso.
I reduci dei bagordi, sistemati gli infermi, avevano cercato di raggiungerci, trasportando a caso qualche sacco, ma da una verifica approfondita è risultato che tutte le riserve del mangiare e parte del materiale da campo (sacchi a peli e materassini) erano rimasti all’esterno.
A questo punto sono scoppiati improperi ed imprecazioni, ma il danno era oramai fatto: nonostante le buone intenzioni, non era possibile sostenere il campo per il tempo inizialmente previsto.
Fatta una rapida votazione, quasi tutti hanno deciso che, non essendoci nulla da fare, bisognava uscire. Solamente io e Libero Degrassi abbiamo invece optato per rimanere ancora in grotta, razionando quel poco che rimaneva da mangiare.
E’ a questo punto che è stata fatta un’azione non proprio encomiabile: vista la nostra scelta di rimanere in grotta, l’unico sacco con i viveri è misteriosamente scomparso dietro a delle concrezioni. Gli altri, decisi ad uscire, avevano previsto di fare fuori tutto quello che era disponibile prima di cercare di dormire qualche ora, per poi dirigersi verso l’uscita. C’è stata quindi una grande delusione quando questi speleo "rinunciatari" hanno dovuto coricarsi a pancia vuota.
Dopo la partenza degli amici siamo rimasti in due e devo dire che, vista la grande amicizia che ci legava, è stata una gran bella esplorazione. Abbiamo trovato e rilevato svariate centinaia di metri di nuovi cunicoli e gallerie, compresa una grande caverna ed un ampio sifone che raccoglie tutte le acque di quel settore di cavità.
Un accenno bisogna farlo, però, anche ai viveri che avevamo nascosto. Aprendo il sacco ci siamo accorti che questo conteneva, oltre a qualche scatoletta di tonno, solamente una bella riserva di cioccolato in polvere Nesquik ed un contenitore con cicoria lessata. Non so chi abbia previsto e preparato tali strani cibi, ma è con questi che ci siamo alimentati per i tre giorni che abbiamo passato nella parte profonda della Fossa del Noglar. L’ultimo giorno, si sono assottigliate notevolmente le scorte: era rimasto solamente il fondo del contenitore con la cicoria ed un vasetto di cioccolato. L’idea geniale è stata quella di unire i due componenti: ricavando così un’innominabile intruglio di cicoria alla cioccolata oppure, se preferite, di cioccolata alla cicoria. Oggi fa senso solo a sentirne parlare, ma in quell’occasione ci siamo contesi fino all’ultimo boccone.
Anche di questa esperienza mi rimangono alcuni punti fermi: il primo riguarda l’opportunità di evitare feste e bevute prima di una spedizione speleo. Sicuramente ci saranno state le giuste motivazioni per brindare in onore della speleologia, delle grotte e dei compagni (magari proprio noi già da ore all’interno della cavità), ma i risultati finali hanno dimostrato ampiamente come alcol ed attività speleologica di un certo livello non siano compatibili in nessun modo tra loro.
La seconda convinzione è quella che anche una squadra ridotta a due persone, se motivata ed affiatata, può fare un grandissimo lavoro esplorativo e penso che il sottoscritto e l’amico Libero l’abbiano ampiamente dimostrato nel corso di quella uscita.

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posted by Paolo at 20:33 | 0 comments