sabato 9 maggio 2009
Qualche volta mi ritengo una persona fortunata. Ho conosciuto molti amici ed ho visto molti posti, specialmente legati alla mia personale passione per il sottosuolo. Ho così deciso di aprire una piccola rassegna su alcuni sotterranei che ho visitato in giro per l’Italia e che ritengo particolarmente interessanti.Partirò con alcune cavità che ho percorso nel lontano 2004, nei pressi della bellissima cittadina di Castell’Azzara (Grosseto), alle falde del monte Amiata. Ovviamente, vista la località, si tratta di miniere. Come spesso succede, si è sempre attratti da quello che non si ha e quindi, essendo la nostra regione non proprio ricca di miniere (in realtà le miniere ci sono, eccome, ma non con le caratteristiche di quelle toscane…) mi sono lasciato incantare da quelle particolari gallerie.
Mi ricordo bene di due sistemi estrattivi. Del primo rammento anche il nome “Miniera del Siele”, impianto che ha coltivato il giacimento cinabrifero più ricco del comprensorio amiatino, con tenori del minerale fino al 38% in mercurio. Aperto nel 1846 e chiuso nel 1981, il complesso è stato poi restaurato e tutti gli edifici ed i posti di lavorazione sono stati recuperati ad uso del Parco Museo Minerario dell'Amiata. Molto imponenti si sono dimostrate le strutture tecniche ancora presenti ma, a causa delle grandi piogge - purtroppo - solo un piccolo tratto delle lunghe gallerie era al momento accessibile. Mi hanno impressionato, però, i cunicoli di drenaggio che sono stati realizzati per far passare un torrente proprio sotto all’area degli impianti della miniera. Divenuto detto torrente scomodo al lavoro dello stabilimento, è stato semplicemente interrato all’interno di due lunghe gallerie a sezione quasi circolare, realizzate con rivestimento in mattoni. Vi assicuro che tutti quegli elementi di terracotta, ognuno con il proprio colore, i riflessi del torrente che scorreva sul fondo ed il rumore dell’acqua (in verità poca, nonostante la tanta pioggia) sono stati tutti elementi particolarmente suggestivi.Sempre nelle immediate vicinanze, ho avuto l’occasione di visitare anche un secondo tipo di miniera. In questo caso ho potuto fare un salto indietro nel tempo di qualche migliaio d’anni, in quanto si trattava di gallerie di origine etrusca (ecco perché sopra ho affermato che da noi le miniere hanno altre caratteristiche…). Scesi lungo un fosso, seguendo un torrente, abbiamo iniziato a vedere delle imboccature che si aprivano ai lati. Anche in questo caso il posto era particolarmente affascinante: la ricca vegetazione, l’acqua che scorreva abbondante sul fondo della valletta ma anche lungo le pareti laterali, gli stretti ingressi che si inoltravano nella roccia scura, avevano un qualcosa di magico, di fiabesco. All’interno, le gallerie non era ne particolarmente estese ne con caratteristiche costruttive eccezionali, ma si poteva respirare l’atmosfera dei secoli trascorsi e sembrava quasi che il tempo passato potesse annullarsi e che, dietro una curva del cunicolo, potesse apparire un signore in abiti strani e con una lucerna in mano… direttamente dalla sua epoca proiettato nella nostra…In realtà questo non è successo, tranquillizzatevi, ma l’effetto complessivo - vi assicuro - c’era veramente.Per gli amanti delle miniere, la Toscana è sicuramente una tappa d’obbligo, anche se la Sardegna non scherza… ma di questo parleremo quanto prima.Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 16:19 |
giovedì 16 ottobre 2008
Siamo ritornati nuovamente nelle miniere del rio Fous, nell’alta val d’Aupa.Il motivo di questo ritorno è legato all’estrema bellezza dei luoghi e da due obiettivi che non eravamo riusciti a raggiungere la volta precedente: scendere nella galleria “Costanza” e superare il ponte sulla forra per completare la visita delle gallerie alte.Partiti carichi come muli (Piero portava uno zaino che, quando ho tentato di sollevare, mi è sembrato semplicemente “mostruoso”)
abbiamo seguito il torrente e raggiunto la galleria bassa, che abbiamo visitato fino al livello inferiore, scendendo i due pozzi verticali e percorrendo il cunicolo ricco d’acqua. Particolarmente interessanti due punti, uno dove si vedono ancora le travature in legno che puntellano la volta ed il tratto che ancora conserva le rotaie, in legno e ferro, dove scorrevano i vagoncini per il trasporto del minerale.Siamo poi proseguiti verso la miniera alta dove abbiamo allestito un bel campo base. All’ingresso di una galleria (vano abbastanza ampio con vari sbocchi all’esterno), abbiamo piantato la tenda e sistemate le pietre per il fuoco. Ricorderò per lungo tempo le allegre cantate che abbiamo fatto davanti al falò e la vista che ho avuto davanti agli occhi quando, sbirciando dal sacco a pelo, ho potuto vedere la sagoma delle montagne che contrastava con il cielo particolarmente luminoso a causa di una luna piena, oppure - al mattino - il sole che iniziava a farsi vedere illuminando le rocce bianche ed i boschi rosseggianti del fogliame autunnale.Il secondo giorno è stato dedicato alla visita del complesso della miniera alta. Abbiamo superato il ponte sospeso sulla forra e percorso tutte le gallerie che si aprono sulla parete opposta della stretta valle. Posso descrivere solamente con la parola “spettacolari” alcuni scorci lungo il torrente che scorre una cinquantina di metri più in basso nella stretta forra o la vista della cascata che si getta nel vuoto subito più a monte. Abbiamo anche risalito alcuni camini (o forse discenderie) che portano al pianoro soprastante e controllato alcuni scavi secondari, che però hanno presentato uno scarso sviluppo.Nel primo pomeriggio, abbiamo smontato il campo, ricaricato gli zaini (comunque sempre pesanti) e siamo ritornati a valle. Si è trattato di una bellissima gita in un complesso minerario già ben conosciuto e studiato, ma che possiede un indiscusso richiamo per la bellezza dei luoghi e perché rappresentano uno degli esempi più belli ed accessibili di gallerie estrattive presenti nella nostra regione.
L’immagine riporta ad un momento della visita alle gallerie (Foto Guglia).Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 18:21 |
mercoledì 17 settembre 2008
Ci sono dei luoghi dove l’immaginario la fa da padrone, dove suggestioni ed evocazioni prevalgono sulla realtà e la ragione. Erano queste parole che avevo letto da qualche parte relativamente ad un parco situato nel Lazio. Sculture, mostri di pietra, caverne dall’entrata vagamente antropomorfa: c’erano sicuramente tutte le motivazioni per scatenare il mio interesse.Così, a conclusione della mia esperienza di documentazione nell’area di San Lorenzo Vecchio, ho approfittato di una mattinata libera e, prima di ritornare a Trieste, sono andato con gli amici a visitare il parco di Bomarzo.Si tratta di un’ampia area verde, ricca di alberi e vegetazione, che presenta tutta una serie di sculture e costruzioni dai simbolismi più audaci. Realizzata nell’anno 1552 dal principe Pier Francesco Orsini, doveva rappresentare un luogo di meditazione e meraviglia.
In realtà si tratta di un luogo ameno e tranquillo, interessato da molte strutture artificiali che richiamano resti architettonici che sembrano ben più datati di quanto lo sia in realtà. Si possono vedere statue che raffigurano mostri, divinità ed esseri mitologici. Ci sono strane fontane, vasche, sedili, mitrei, anfiteatri e piazzali, il tutto realizzato con scavi nel tufo ed utilizzando i più svariati stili artistici. Sembra effettivamente di passeggiare in un’area archeologica che racchiude qualcosa di ben più antico, le varie edificazioni ricordano le rovine di un centro abitato che non c’è più, ma che si conserva parzialmente nelle sue vestigia dirute e sepolte dalla vegetazione. L’effetto scenografico è comunque assicurato. Due costruzioni mi hanno particolarmente interessato. La prima è quella che viene chiamata la “casa pendente”, ovvero un piccolo edificio di tre piani volutamente realizzato senza rispettare la verticalità. Tutto è inclinato, pareti, porte e finestre. Entrando, si perde ogni riferimento. Tutto è falsato dalla mancanza degli allineamenti ai quali siamo normalmente abituati ed il senso dell’equilibrio viene messo a dura prova. Molto particolare! L’altra opera che mi è piaciuta (è quella che più mi interessava e che ben conoscevo) è una specie di grotta scavata nel tufo, con un’entrata simile alla testa di un mostro. E’ la costruzione che viene chiamata “l’Orco”, dotata di bocca, occhi e relativa espressione arcigna. Questa cavità artificiale (per quanto piccola e particolare si tratta sempre di un vano scavato all’interno di un blocco tufaceo) l’ho vista per la prima volta quando ero piccolino, in un telefilm per ragazzi. Il protagonista vagava di notte per un bosco, finché non scopriva questa misteriosa e paurosa entrata che lo conduceva ad un mondo sotterraneo ricco di avventure e colpi di scena. Non voglio dire che la mia passione per il sottosuolo sia nata in quell’occasione, ma forse un piccolo contributo è stato dato anche da quelle immagini.In definitiva una bella gita in un bosco strano e romantico. Nulla di eccezionale, ma visto che ero in zona ne è valsa sicuramente la pena.Nell’immagine si vede l’entrata dell’Orco che, alla luce del sole e con la vegetazione curata attorno, ha persa molta della sua ambientazione misteriosa e terrifica (Foto Guglia)Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 21:26 |
mercoledì 10 settembre 2008
Dalle nostre parti, a Trieste, abbiamo sicuramente la presenza di un buon numero di cavità artificiali. Ci sono acquedotti, pozzi, rifugi e strutture militari, e devo dire che si prova una certa soddisfazione nello studiare tali opere ipogee.
Immaginate, però, cosa può sentire uno speleologo locale quando viene immerso in una realtà completamente diversa: un’intera collina trivellata da scavi nel tufo che, con una sovrapposizione strutturale e funzionale che abbraccia quasi 2500 anni, vede l’intrecciarsi di tombe etrusche, possibili opere romane, cripte medioevali e costruzioni rinascimentali.Ho avuto la fortuna, qualche giorno fa, di poter partecipare ad un campo di lavoro organizzato dal gruppo speleologico Egeria di Roma e sostenuto dalla Commissione Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana. L’area di lavoro si colloca in Lazio - ai confini con la Toscana - nelle vicinanze del lago di Bolsena. Il compito era quello di continuare la documentazione degli ipogei presenti in zona, per definire le caratteristiche delle singole cavità e posizionare tutte queste opere su una planimetria in grande scala.Anch’io ho dato il mio piccolo contributo, rilevando vari sotterranei e procedendo alla geolocalizzazione di altri.E’ stato entusiasmante entrare in queste cavità, che magari iniziavano con un ampia stanza adibita recentemente a stalla, per poi sprofondarsi in un susseguirsi di locali e corridoi inclinati per giungere alla camera sepolcrale originale, risalente al periodo etrusco. Alcune di queste tombe, viste le loro caratteristiche costruttive, sono state datate al 8° secolo avanti Cristo, per poi essere oggetto di modificazioni ed ampliamenti fino a due secoli fa. Nei primi anni del 1700, infatti, a causa della presenza della malaria, il posto è stato considerato insalubre e quindi tutto l’abitato (chiamato San Lorenzo Vecchio) è stato traslato in una posizione più arieggiata e salutare, fondando il borgo che oggi viene chiamato San Lorenzo Nuovo. Tutto il paese vecchio è stato quindi abbattuto e smantellato, recuperando per quanto possibile ogni materiale da costruzione. Poi, l’intera area è stata dimenticata.Oggi, dall’analisi di quello che è rimasto nel sottosuolo, si cerca di ricostruire il centro storico nella sua configurazione originale, posizionando le mura, le porte, gli edifici più importanti e le chiese.Un interessantissimo lavoro che richiederà ancora molto tempo e tanto impegno e non è detto che anch’io non ritorni a dare una mano.Per il resto, quasi una settimana di buona compagnia, di lavoro in cavità, di bagni al lago e di mangiate poderose.Un’esperienza da ripetersi quanto prima.L’immagine ritrae la mia grande amica Carla, in una delle cavità rilevate (Foto Guglia)Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 21:29 |
lunedì 21 luglio 2008
Se ne parlava già da un po’ di tempo, ma non è sempre facile mettere d’accordo tante persone su una data. Poi, è stato deciso che domenica 20 luglio poteva essere il giorno
giusto: chi c’è c’è, chi non c’è peggio per lui.Alla fine ci siamo trovati in 7, obiettivo dell’escursione la cima del monte Freikofel. Preciso che si tratta di una semplice passeggiata in montagna, con bei panorami sulle valli vicine. L’interesse che mi lega a questa cima, però, è quello riguardante le tante opere militari risalenti alla Prima Guerra Mondiale, di superficie e sotterranee, che caratterizzano questo cucuzzolo di roccia. Negli anni 2001/2002 la SAS ha lavorato in questa zona, rilevando manufatti e gallerie, e mi piaceva l’idea di mostrare ai giovani consoci quest’area che ha visto, nel passato, l’impegno del nostro sodalizio.Il tempo non è stato certo ottimale, con cielo nuvoloso, nebbia, vento e temperature non molto alte, ma almeno non abbiamo avuto il sole cocente che altre volte ho “provato” su questa montagna.Lasciate le automobili presso la casa cantoniera posta lungo i tornanti che conducono al Passo di Monte Croce Carnico, abbiamo preso il sentiero CAI n. 401 e ci siamo diretti verso la sagoma del Freikofel che, una volta superata la Casera Pal Piccolo, è apparsa in lontananza. Non mi dilungherò su tutte le cose che abbiamo visto, ma devo dire che ho potuto constatare come negli ultimi anni i volontari dell'Associazione Amici delle Alpi Carniche abbiano fatto un gran lavoro, di fatto rendendo irriconoscibili certi angoli fortificati che sono stati completamente ripuliti e svuotati dai detriti accumulatisi negli ultimi novant’anni.
Ovviamente, abbiamo dato la precedenza alle opere sotterranee e devo dire che ho rivisto con piacere sia la “Galleria 1° sulla vetta del monte Freikofel” (n. CA 589 FVG-UD) che la “Galleria 1° in località Selletta Freikofel” (n. CA 592 FVG-UD). In particolare, di quest’ultima cavità ho apprezzato il passaggio detto a “S”, un tratto verticale che unisce due livelli che ricorda una scala a chiocciola, con tanto di scalini scalpellati nella roccia per un suo più sicuro superamento.Il ritorno ci ha visti sbagliare sentiero ed abbiamo dovuto allungare di un po’ la strada che ci ha ricondotto alle macchine. Complessivamente una bella gita. Da parte mia ho apprezzato sia i posti visitati che la compagnia, un bel gruppo di giovani che riesce sempre a farmi sentire un po’ meno “anziano” di quello che sono. A questo punto, speriamo di organizzare al più presto qualche altra gita a quelli che sono stati i terreni d’azione della SAS in regione.Le due immagini ripropongono l’interno di due cavità artificiali presenti nei pressi della vetta del monte Freikofel (Foto Guglia). Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 19:20 |
venerdì 20 giugno 2008
Il giorno di chiusura del 6° Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali a Napoli ha previsto anche la visita del complesso ipogeo sottostante la Basilica di San Lorenzo Maggiore.Scavando proprio al di sotto dell’edificio sacro, gli archeologi locali hanno scoperto dei vani particolarmente interessanti: è possibile accedere addirittura ad un tratto lungo più di 50 m di un cardine romano (strada che si incrociava ortogonalmente ai decumani). Su questa via si affacciavano varie botteghe: abbiamo potuto osservare osterie, un forno, una lavanderia e quello che viene chiamato l'Aerarium, locale dove - si dice - venissero conservati i tesori cittadini derivanti dalle tasse.
Giunti alla fine di questo tratto di strada, è possibile deviare in uno dei quattro lati di un criptoportico, realizzato da vari ambienti collegati l’uno all’altro, dotati di appositi lucernari per la ventilazione e l’illuminazione. Questi ambienti sono stati riconosciuti come parti del mercato romano (macellum) ed erano dotati di banchi di pietra per l’esposizione della merce.La guida ha raccontato come, alla fine del V secolo d.C., l'intera area fu raggiunta e ricoperta da una colata di fango di origine alluvionale, per cui fu abbandonata, diventando poi la base per l’edificazione della soprastante basilica paleocristiana.A Trieste abbiamo i resti del Teatro Romano e la bellissima basilica della Madonna del Mare con i suoi mosaici, ma tutto ciò non è minimamente paragonabile a quanto visto in questi sotterranei. Mi è sembrato di percorrere realmente il perimetro di un’insula romana, di sbirciare nelle botteghe allineate e di soffermarmi in un vicolo di 2000 anni fa. E’ una sensazione non sempre percepibile, perché spesso il monumento (o ciò che ne resta) emana un’atmosfera assente e remota. Le rovine molto spesso puzzano di museo e danno l’idea di qualcosa di contraffatto. Nel caso dei sotterranei di San Lorenzo Maggiore, ho avuto invece la percezione di qualcosa di vissuto e quasi mi aspettavo di veder comparire qualcuno vestito con la toga, che mi volesse affrontare con parole dal suono antico. Probabilmente sarà stato perché si trattava dell’ultimo giorno della mia permanenza a Napoli ed ero veramente stanco…
L’immagine mostra un tratto del cardine romano con, sulla destra, le entrate alle varie botteghe (Foto Guglia)Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 21:32 |
venerdì 13 giugno 2008
La seconda uscita organizzata durante il 6° Convegno di Speleologia in Cavità Artificiali di Napoli, ha riguardato una zona decisamente più distante rispetto al centro della città. Preso un pullman abbiamo raggiunto l’area di Bacoli e siamo quindi entrati in quello che viene da sempre considerato il più grande deposito d’acqua creato dagli architetti romani. Si tratta della cosiddetta Piscina Mirabilis, punto terminale dell’acquedotto augusteo del Serino, utilizzato per il rifornimento dell’imponente flotta stanziata presso Capo Miseno.
Devo dire che, abituato alle dimensioni che possiamo trovare dalle nostre parti, sono rimasto impressionato dal volume di questa cisterna semisotterranea: 5 navate parallele, una base di 72 x 25 m, 48 pilastri cruciformi di sostegno e 15 m di altezza complessiva. Sono queste le dimensioni che caratterizzano l’imponente opera idraulica. Il poter passeggiare fra le alte colonne, lungo le pareti intonacate di cocciopesto, magari raggiungendo la vasca limaria centrale, porta ad un certo appagamento per chi è appassionato di cavità artificiali. Si sa che l’erba del vicino è sempre più verde e perciò si guarda sempre con un occhio diverso alle tipologie di opere che non sono presenti sul nostro territorio, però bisogna prendere atto che questo serbatoio è veramente imponente. Pensare all’accumulo d’acqua depositato (si parla di 12.000 metri cubi complessivi), alla bocca di alimentazione collegata con il cunicolo dell’acquedotto e alle aperture superiori per raccogliere il prezioso liquido da utilizzare a rifornimento delle imbarcazioni formanti la grande flotta conosciuta come Classis Praetoria Misenensis, fa quindi una certa impressione.Meno suggestiva, invece, la seguente visita alla pseudo-grotta della Sibilla soprastante il lago d’Averno, passaggio stretto, fumoso e, secondo la mia opinione, di scarso pregio costruttivo.Nell’immagine una vista della Piscina Mirabilis (Foto Guglia)Etichette: Cavità artificiali varie
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sabato 7 giugno 2008
Si è recentemente concluso il 6° Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali, svoltosi a Napoli dal 30 maggio al 2 giugno 2008. Devo dire che è stata una bella esperienza, ma non poteva essere diversamente vista la gente incontrata, i temi trattati e la città che ci ha ospitato.Ho alloggiato in un delizioso B&B sito nel mezzo del rione Sanità, che posso descrivere solamente come un crogiolo ribollente di chiassosa umanità. Noi, però, stavamo all’ultimo piano di un vecchio palazzo e potevamo staccare quando era il momento, isolandoci nella nostra oasi di pace e tranquillità.Ma andiamo direttamente al tema principale della trasferta: le cavità artificiali. Napoli è una città che, probabilmente, è unica per quanto riguarda questo argomento: millenni di passaggi sotterranei che si sormontano, sovrappongono ed aggrovigliano, scavati in una roccia tenera ma allo stesso tempo resistente. Qui si può trovare di tutto: acquedotti, cisterne, rifugi, pozzi, tombe, cave e passaggi vari, di ogni epoca e di ogni dimensione.
Come succede di solito, parallelamente ai lavori del Convegno sono state organizzate delle visite guidate alle cavità locali ed il primo giorno siamo stati accompagnati nel giro speleoturistico di “Napoli sotterranea”. Devo dire che non ho ben compreso cosa si nasconde dietro alle varie denominazioni dei soggetti che si propongono per le visite. Ho viste offerte di tour ipogei presentate da “Napoli Sotterranea”, da “Napoli Underground”, o da “I Sotterranei di Napoli”, ed ho avuto la sensazione che dietro a tutte queste intestazioni vi siano i fantasmi di scissioni e di dure contrapposizioni, il tutto legato alla sempre notevole presenza turistica ed alle relative possibilità di consistenti entrate economiche.Lasciate da parte queste considerazioni, la visita al sottosuolo partenopeo è iniziata con “Napoli Sotterranea”, l’organizzazione che opera da più tempo.Il commento che riguarda questa escursione si può riassumere nelle seguenti parole: bellissime le cavità visitate, ma un gruppo di circa 80 persone è decisamente troppo numeroso. Detto questo, è possibile affermare che l’unione di cisterne a cunicoli di acquedotto, a loro volta collegati a rifugi antiaerei ed a vecchie cave, forma un intreccio irresistibile. Probabilmente è stata attrezzata come percorso turistico la porzione dell’estesa rete sotterranea che meglio si prestava, ma il risultato è stato sicuramente raggiunto. Quando si attraversano i sinuosi e stretti passaggi dell’acquedotto della Bolla, oppure ci si affaccia sulla profonda cisterna piena di acqua verde e trasparente (opportunamente illuminata da apposite lampade subacquee), il turista medio non può che rimanere incantato.Anch’io, che di cavità artificiali ne ho visitate un certo numero, devo dire che sono rimasto affascinato da alcuni scorci caratteristici e, in particolar modo, dal profilo delle alte volte, dove le caratteristiche della roccia permettono di disegnare forme e linee di estrema eleganza.Lo stesso giorno abbiamo visitato anche i resti sotterranei del Teatro greco-romano, ma in questo caso devo dire che sono rimasto un po’ deluso: un allestimento decisamente forzato, del quale non si riesce a capire pienamente l’organizzazione. Le guide ti parlano di arcate, di gradinate, dell’imperatore Nerone, ma in realtà non riesci a comprendere dove ti trovi.Questo il resoconto del tour fatto il primo giorno del Convegno, più avanti vi parlerò delle visite successive.L’immagine ritrae il particolare di un cunicolo dell’acquedotto della Bolla (Foto Guglia).Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 10:08 |
mercoledì 28 novembre 2007
Finora, nello scrivere queste pagine, ho sempre seguito due regole principali: primo, non scendere mai in polemica con nessuno; secondo, non fare pubblicità a nessuno. Sono semplici norme di comportamento, che permettono di evitare spiacevoli inconvenienti. Oggi, però, farò una piccola eccezione. Vista la mia passione per le opere sotterranee artificiali, non posso non ricordare a chi fosse interessato che, dal 30 maggio al 2 giugno 2008, si terrà a Napoli il VI Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali. Io conto di andarci e sto già lavorando per presentare un lavoro riguardante proprio il sottosuolo di Trieste. Sono occasioni veramente interessanti, dove è possibile il confronto con altri appassionati, scoprendo talvolta come, nonostante tutto, non ci sia nulla di veramente nuovo da inventare. Mi spiego meglio: osservando il lavoro portato avanti dagli altri si ha la possibilità di capire che, in alcuni casi, quello che per noi sembrava inedito e nuovo è già stato fatto molti anni fa. Questo dovrebbe far riflettere alcuni sedicenti “grandi esperti” che operano in questo campo di ricerca …Dallo scambio di idee emergono, comunque, sempre utili spunti per migliorare le proprie metodologie di studio ed indagine, e questo non è certo cosa da poco.Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 19:30 |
sabato 24 novembre 2007
Qualcuno, un po’ di tempo fa, mi ha chiesto quali sono le procedure da adottare quando si affronta la ricerca di una cavità artificiale. Pensando che forse un giorno avrò la necessità di spiegarlo a qualcuno veramente interessato, ho raccolto le idee ed ho scritto le poche righe che seguono.Secondo la mia modesta opinione, ci sono tre regole da applicare, tre distinti approcci da utilizzare.Il primo ragionamento da fare riguarda il territorio. Inizialmente bisogna valutare le caratteristiche dell’area in cui dovrebbe aprirsi la cavità oggetto di studio. Bisogna analizzare la conformazione del terreno, la sua composizione geologica e le sue caratteristiche profonde. Da questi dati ricaveremo tante ed importanti informazioni. Considerando la qualità della roccia e la sua difficoltà di scavo, avremo un’idea sul possibile sviluppo della cavità (sempre in relazione all’epoca di realizzazione); con un po’ di esperienza riusciremo a capire dove è più probabile rintracciarne l’ingresso e - nel caso di opere legate all’approvvigionamento idrico - sapremo dove sarà possibile trovare questa tipologia di cavità e dove no. E’ importante pensare che una cavità artificiale è sempre legata alle caratteristiche del territorio nel quale viene realizzata e che questo limita, favorisce e comunque influenza le sue morfologie.A questo punto entra in scena l’uomo. Il secondo ragionamento da fare riguarda, infatti, le possibili necessità espresse dall’uomo che ha frequentato quel territorio. Per fare alcuni esempi, se c’è stato un insediamento stabile i suoi abitanti avranno sicuramente realizzato opere per la raccolta dell’acqua, se l’area è ricca di minerali vi potranno essere assaggi e gallerie per l’estrazione, se si tratta di un punto strategicamente importante è probabile che siano state realizzate anche delle opere militari di offesa/difesa. E’ sempre importante pensare che l’uomo, se doveva scavare una cavità, lo ha fatto cercando di risparmiare energie e limitando al massimo i costi. Non si realizza un’opera sotterranea per caso: vi è sempre un disegno organico che implica una necessità, un momento realizzativo ed un conseguente utilizzo. Cercando di entrare in sintonia con questi concetti essenziali, si potrà capire quali presupposti siano stati utilizzati, quali interventi siano stati effettuati e con che risultato. Ripeto, scavare una cavità nel sottosuolo costa fatica e quindi l’uomo ha sempre lavorato per ottenere il migliore compromesso tra sforzo da applicare e risultato da ottenere. Partendo da questo tipo di analisi si elaboreranno delle ipotesi che potranno portare a conclusioni inaspettate. L’ultimo ragionamento si rivolge, infine, all’insieme degli interventi antropici realizzati sul territorio. Come sopra detto, l’uomo - partendo dalle caratteristiche naturali dell’area - opera i suoi interventi al fine di soddisfare le proprie necessità. Le sue prime attività riguarderanno, di norma, la superficie esterna e basterà un’osservazione attenta per scorgere i segni di tali azioni. Dove è passato, l’uomo ha lasciato alle sue spalle strade, terrazzamenti, argini, canali, terrapieni, murature di sostegno, se non case, paesi, città e monumenti di una certa rilevanza. Le eventuali costruzioni sotterranee non possono essere avulse da tutto questo contesto ed è proprio osservando l’insieme esterno che riusciremo ad ottenere informazioni importanti ai nostri fini. Ho conosciuto persone che, guardando un’area circoscritta, andavano sicuri in un punto preciso sapendo che proprio lì avrebbero trovato una cavità sotterranea, e devo dire che in molti casi ci hanno azzeccato. Anch’io, con l’occhio oramai allenato, capisco spesso - da alcuni segnali - dove potrebbe aprisi una cavità ed in tantissime occasioni ho scoperto di aver ragione.Sintetizzando, l’osservazione attenta delle caratteristiche del territorio nel quale ci troviamo e l’analisi di ciò che ha realizzato l’uomo per rispondere alle proprie esigenze, può portare a dei risultati molto interessanti. Anche se il tempo ha coperto con la vegetazione ed i detriti le strutture originali, guardando bene sarà possibile cogliere ciò che è naturale e ciò che, invece, non lo è. Partendo da questi ragionamenti ed immedesimandosi negli uomini che un tempo hanno operato su un certo territorio, sarà possibile andare alla ricerca di cavità proprio nel posto giusto. Sono cose che non si imparano subito, ma che nel tempo, con l’esperienza, emergono chiaramente. Non so se questi ragionamenti potranno essere di aiuto a qualcuno, ma sono convinto che in alcuni casi, applicando di meno la furia escavatrice ed appoggiandosi di più sulla teoria e sul ragionamento, sarà possibile portare casa un maggior numero di risultati positivi e soddisfacenti. Provare per credere.Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 09:25 |
venerdì 7 settembre 2007
Siccome sono stato ripreso che non metto abbastanza fotografie nei vari post che pubblico e che do la preferenza principalmente ai testi (parzialmente è vero), vedrò di rimediare con qualche piccola raccolta di immagini dedicate alle mie ultime uscite.
Inizierò con una serie di scatti fatti recentemente sul cucuzzolo Scalzer , un’altura posta subito a nord di Pontebba, lungo la strada che porta al passo di Pramollo.
Per l'avvicinamento, abbiamo seguito un percorso che ricalca una vecchia strada militare, risalente alla Prima Guerra Mondiale. Oggi, il sentiero è stato segnalato dal Cai e sono state installate delle apposite attrezzature (catene, cavi, scalini, …) per agevolare il passaggio lungo i tratti franati.
Giunti in prossimità dei ruderi degli Stavoli Scalzer, bisogna inoltrarsi nel bosco, seguendo il tracciato delle varie trincee. Appaiono subito le prime lapidi poste agli ingressi delle opere sotterranee realizzate dalle truppe austro/ungariche.
Quasi tutte le opere sotterranee sono tutte abbastanza ben conservate. In una di queste vi sono addirittura delle attrezzature interne in legno, che dovrebbero risalire al periodo del conflitto bellico.
Anche sotto l’aspetto naturalistico tutta la zona è estremamente piacevole, con grandi boschi di faggi e di abeti. Posto fra gli alberi, abbiamo anche visitato un piccolo cimitero sempre risalente alla Grande Guerra.
(Foto Guglia) Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 07:00 |
giovedì 30 agosto 2007
Domenica, giornata soleggiata ideale per un bel giro in montagna lungo le fortificazioni della 1° guerra mondiale.Mentre alcuni consoci hanno deciso di dedicarsi ad una salita più impegnativa (Jof Fuart), Cristian, Valeria ed il sottoscritto hanno optato per una destinazione sicuramente più facile da raggiungere, ma indiscutibilmente di notevole interesse. Penso che molti, salendo lungo la vallata che da Pontebba porta ai campi di sci di Pramollo, (lungo il corso del rio Bombaso) hanno visto sulle pareti opposte alla strada una vecchia mulattiera di guerra che, scavata nella roccia (con alcune parti oggi franate), si perde verso le alture soprastanti.
Io l’avevo adocchiata da almeno trent’anni e per tutto questo tempo mi sono proposto di organizzare una sua visita accurata. L’itinerario che abbiamo scelto si è sviluppato, nella sua prima parte, proprio lungo questa vecchia traccia. Oggi il sentiero è segnalato dal CAI ed alcune parti più esposte sono state attrezzate con scalini metallici e cavi. Questo percorso permette di alzarsi e di raggiungere la sommità di quello che viene chiamato Cucuzzolo Scalzer (in verità si tratta di due cime vicine, ma nettamente distinte), dove sono state costruite varie postazioni militari nel corso della Grande Guerra. Tali postazioni, realizzate dalle truppe austro/ungariche, si presentano oggi abbastanza ben conservate, se non altro per la rara presenza di gitanti lungo questi sentieri.Dopo aver raggiunto la zona interessata, abbiamo potuto visitare terrazzamenti, trincee, cavernette e opere sotterranee che, in molti casi, contengono ancora le strutture originali di puntellamento in legno. Il posto è veramente bello, con splendidi boschi di faggi ed abeti, e con notevoli panorami sia verso la vallata che porta a Passo Cason di Lanza, sia verso i monti che sovrastano il passo di Pramollo. Un elemento di grande interesse viene dato dalla presenza di alcune lapidi, poste agli ingressi delle caverne sotterranee a ricordo dei vari reparti militari che le hanno scavate. Raramente ho potuto vedere iscrizioni così ben conservate (curiosamente quasi tutte abbellite con disegni in puro Jugendstil - stile floreale) e la loro presenza riesce a dare una sensazione più precisa relativamente al posto che si sta visitando: non solo scavi e semplici adattamenti del terreno, ma luogo che ha visto la permanenza di soldati, cioè di uomini che hanno soggiornato per lungo tempo fra queste cime isolate, con volontà e capacità, ma anche con tanti disagi e prolungate sofferenze.Molto particolare, infine, una caverna dallo stretto ingresso che, in una stanzetta dotata di feritoia, presenta ancora oggi varie strutture in legno facenti parte dell’allestimento interno originale, fra cui un tavolino perfettamente conservato.
Le immagini rappresentano due vedute delle opere militari sotterranee presenti nell’area del cucuzzolo Scalzer (Foto Guglia).Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 12:21 |
domenica 5 agosto 2007
L’occasione di pubblicare un’altra immagine riguardante la visita fatta domenica scorsa nella miniera del rio dal Fous, mi permette di riportare qualche nuovo dato su quest’opera mineraria decisamente interessante.
Durante la nostra visita siamo entrati per prima cosa nella galleria Bauer, lunga un centinaio di metri, posta alla quota di 711 m slm sulla sponda sinistra del torrente Fous. Questa galleria, abbastanza recente, dovrebbe risalire all’anno 1872 (come indicato dalla lapide posta sopra il suo ingresso), ma probabilmente si sovrappone a qualche assaggio di epoca precedente. Dalla galleria Bauer siamo scesi, tramite un pozzetto profondo 11 m, nella galleria Costanza, scavo "di ribasso" completato nell’anno 1877. Sono segnalate anche altre gallerie "di ribasso" sulla riva destra del torrente, come quelle denominate Concordia e Bozzo, ed è probabile che il cunicolo che abbiamo visitato, lungo 50 m, sia una di queste. La miniera alta, invece, è posta alla quota di 800 m slm, ed è stata scavata a partire dal 1925. Essa risulta abbastanza estesa e, nel 1951, si è sviluppata dal versante destro a quello sinistro della stretta forra scavata dal torrente. Lo sfruttamento dell’opera mineraria si è definitivamente concluso nell’anno 1953.Nell’immagine si può vedere un controluce relativo alle grandi sale comunicanti con l’esterno, presenti nella miniera alta (Foto Guglia)Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 11:55 |
lunedì 30 luglio 2007
Questa domenica si è svolta una bella gita della SAS per la visita di una miniera della Carnia. Si tratta di un’opera estrattiva già documentata da un altro gruppo regionale, ma della quale avevo sentito parlare molto bene.
Siamo partiti da Trieste in dieci persone e, giunti in val d’Aupa, abbiamo iniziato a cercare il sentiero che ci doveva avvicinare alla miniera. Le descrizioni in nostro possesso erano però alquanto carenti e del percorso indicato non c’era alcuna traccia. Dopo alcuni tentativi, non è rimasto che affrontare direttamente il rio del Fous e risalirne il corso. Si è trattato di una tragitto non difficile, ma durante il quale è stato necessario prestare un po’ di attenzione nel superamento di massi e di passaggi scivolosi. Dopo una mezz’oretta siamo finalmente giunti all’entrata della “miniera bassa”.
Si tratta di una semplice galleria posta su due livelli, in buon stato di conservazione. Qualche peripezia per permettere ad alcuni di noi di scendere i pozzetti che raggiungono la galleria “Costanza”, ma complessivamente un percorso facile e suggestivo di circa 450 m.
L’uscita è quindi proseguita nella ricerca della “miniera alta”. Raggiunta inizialmente una galleria di esplorazione con un’estensione di 50 m, abbiamo puntato verso l’alto, nella direzione nella quale doveva trovarsi la seconda opera estrattiva. Senza alcuna traccia di sentiero, è stato necessario risalire il ripido bosco fino a raggiungere una specie di cava a cielo aperto. In questo punto si aprivano gli imbocchi delle varie gallerie. Se la “miniera bassa” mi era sembrata abbastanza bella ed interessante, la “miniera alta” ha superato ogni mia aspettativa: una serie di gallerie, perfettamente conservate, alternate a grandi saloni, con vari ingressi che si affacciavano all’esterno.
I giochi di luce, la complessità dello scavo e gli scorci sul paesaggio circostante hanno sicuramente ripagato la fatica fatta per raggiungere questa parte del complesso minerario.
Tre sono stati i punti che mi hanno colpito di più. In un tratto delle gallerie, il vento ha accumulato - probabilmente nel corso di molti anni - una strato di foglie secche che ha completamente invaso il pavimento. Per superare questo passaggio abbiamo camminato nelle foglie che arrivavano fino alle ginocchia: un’esperienza strana e curiosa.
In un’altra caverna, invece, era ancora presente un’intelaiatura di legno che, probabimente, faceva parte di una specie parete posta trasversalmente al passaggio. Di questo tramezzo, oggi è rimasta solamente la struttura di sostegno della porta, anch’essa non più presente. Il tutto dava, però, qualche idea di quelle che dovevano essere le sistemazioni fatte in questi vani, con opere in legno che delimitavano spazi e facilitavano in qualche modo la vita di chi, in questi ambienti, ci lavorava giorno dopo giorno. Sembrava quasi di poter veder comparire la figura di un vecchio minatore che si affacciasse ancora all’interno di quella vecchia sagoma di porta, in un gioco di sensazioni ed impressioni molto particolare.
Per finire, mi ha colpito particolarmente il ponte sospeso presente nei rami superiori della miniera. Il posto è particolarmente suggestivo: la galleria si affaccia su un terrazzo posizionato a pochi metri da una bella cascata che, dal suo stretto alveo, precipita nella forra sottostante. La galleria continua, però, anche dalla parte opposta della gola, larga in quel punto non più di 5 m. Il piccolo ponte di collegamento è oggi distrutto e sono presenti solamente due travature metalliche che passano da parte a parte. Sotto, varie decine di metri fino al torrente spumeggiante. Non abbiamo portato le attrezzature necessarie per superare questo passaggio (più impressionante che difficile), ma ci riserviamo di ritornare. In ogni caso, si tratta di un punto estremamente spettacolare e panoramico.
Terminata la visita delle miniere, siamo ritornati verso le automobili, scendendo lentamente sempre lungo il torrente, con i sacchi di materiale e gli zaini in spalla.
La giornata si è conclusa con la visita alla Sagra del gambero ad Amaro e con la visita di due belle opere sotterranee del “Vallo Littorio”, strutture militari quasi introvabili se non si è a conoscenza della loro esatta localizzazione.
In generale, si è trattato di una bellissima giornata passata all’aria aperta, visitando posti interessanti ed in ottima compagnia.
Visti i positivi risultati, mi vedrò costretto ad organizzare qualche altra uscita domenicale, per far conoscere ai miei giovani consoci qualche altro posto particolare e suggestivo del nostro vicino Friuli.
Nelle due foto si possono osservare rispettivamente le gallerie della miniera bassa e di quella alta (Foto Guglia).Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 20:59 |
mercoledì 30 maggio 2007
Devo dire che, agli inizi della mia carriera speleologica, ho sempre avuto difficoltà ad essere in sintonia con i “guerrofili”. Con questo termine, palesemente provocatorio, intendevo allora tutti quelli che, esplorando in lungo ed in largo il vicino Carso, si intrufolavano in ogni piccolo anfratto sotterraneo anche se questo presentava evidenti genesi antropiche. In pratica mi domandavo “con tutte le grotte che abbiamo, come è possibile che qualcuno provi il desiderio di visitare banali cavernette di guerra?” A tali attività esplorative avevo sempre abbinato una malsana propensione per le armi, una disdicevole attrazione per la guerra e un morboso attaccamento per le sue tracce ancora presenti sul territorio.
Nel tempo, però, mi sono accorto che sbagliavo e che tanti appassionati di cose militari erano, alla fine, dei bravi ragazzi per nulla portati alla violenza. Ad un certo punto, arrendendomi all’evidenza che tutte le opere sotterranee costruite in occasione di eventi bellici erano comunque cavità artificiali degne di attenzione, ho iniziato perfino a studiare e rilevare tali strutture ipogee, limitandomi comunque alla sola documentazione degli spazi ricavati nel sottosuolo e lasciando ad altri la ricerca dei vari reperti arrugginiti testimoni delle battaglie del passato.
Ora, però, devo riconoscere che, invecchiando, sono ridiventato nuovamente intollerante. Non mi piacciono per nulla le cavità legate alla guerra e gli scavi sotterranei presenti sui campi di battaglia: riesco in qualche modo a sentire la violenza che è stata esercitata in questi posti. Ho già detto che la disperazione può lasciare delle tracce nei luoghi nei quali si è manifestata ed i campi di guerra non possono che grondare di sofferenza e sensazioni negative.
Per questo motivo considero le cavità militari delle interessanti testimonianze degli eventi storici che hanno sconvolto il nostro passato, ma nonostante questo - se possibile - cerco di dedicarmi ad altre tematiche di studio.
Il mio settore preferito è quello legato all’approvvigionamento idrico, argomento di ricerca che può soffermarsi non solo sulle soluzioni tecniche adottate, ma anche sulle speranze, sui tentativi e sui risultati raggiunti dall’uomo per risolvere il grave problema della mancanza d’acqua.
Nelle cavità militari, escluse le analisi tecniche e morfologiche, è possibile percepire solo la sconfitta dell’intelligenza e la degenerazione dell’uomo che si è contrapposto con la violenza ai suoi simili.
Scusate la retorica, probabilmente sarò fuori moda, ma alla fine sono queste le sensazioni che provo.
Nell’immagine l’interno di una cavità militare sita nel territorio urbano della città di Trieste (Foto Guglia) Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 19:15 |
venerdì 11 maggio 2007
Se durante la mia recente visita in Sardegna sono rimasto particolarmente colpito dal pozzo sacro di Santa Cristina, devo affermare che anche altre costruzioni sono comunque risultate degne di grande interesse. Mi riferisco, ovviamente, ai tanti nuraghi ed ai relativi villaggi megalitici. Ce ne sono migliaia sparsi per tutto il territorio e, passando con l’automobile, se ne possono scorgere continuamente ai lati della strada. Consigliato da amici, sono andato a visitare il complesso di Su Nuraxi Barumini, che dovrebbe rappresentare un esempio fra i più notevoli di tali costruzioni.
Superati i resti del villaggio, dove sicuramente è visibile uno sviluppo articolato e particolare delle strutture, ma con una sensazione che se ne ricava facilmente paragonabile a quella ottenibile in tanti altri siti archeologici, è stato possibile visitare il torrione principale. Per la verità, più che di un elemento unico, si tratta di una struttura principale alla quale sono state addossate ben cinque torri angolari. All’interno di questa opera difensiva ho potuto verificare esattamente cosa si possa intendere con il termine “costruzione megalitica”. Fa veramente impressione vedere le dimensioni dei massi utilizzati, dal peso di svariate tonnellate. La struttura muraria è sicuramente un po’ caotica ed imprecisa, ma l’impressione di potenza e di forza che se ne ricava è immediata. Se poi si pensa che tali costruzioni sono state realizzate tremila anni fa, l’insieme incute ancora più meraviglia e fa nascere il dovuto rispetto per gli antichi costruttori. Da bravo speleologo ho apprezzato maggiormente la parte interna della torre, che presenta stretti passaggi e stanzette profonde. Mi è venuto da sorridere pensando che, in altre città, si stanno rilevando e catastando le casematte presenti all’interno dei bastioni fortificati. Pensandoci bene, anche nel caso dei nuraghi la tecnica costruttiva è sostanzialmente la stessa, perché sono stati lasciati degli ambienti praticabili all’interno di grandi masse artificiali che sono state erette tutto all’intorno. Seguendo tale argomentazione, per analogia, anche questi vani potrebbero essere considerati cavità artificiali, ma ovviamente il ragionamento sarebbe troppo spinto e la cosa non avrebbe nessun senso. Sottolineo nuovamente come, in ogni caso, dalla visita di queste rovine emerga inevitabilmente l’ammirazione per chi, tanto tempo fa, è riuscito ad erigere opere così possenti. Peccato che non ci siano delle prosecuzioni sotterranee, perché altrimenti questi nuraghi rappresenterebbero sicuramente - per noi cultori delle opere ipogee - qualcosa di speciale nel vasto panorama dei resti archeologici visitabili oggi in Italia.
Le immagini ritraggono due particolari dell’imponente struttura megalitica (Foto Guglia).Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 16:20 |
giovedì 10 maggio 2007
Un blog rappresenta, di norma, uno specie di diario informatico nel quale - rispetto ad un semplice sito tematico - c’è sicuramente più spazio per osservazioni e considerazioni di carattere strettamente personale. Aggrappandomi a tale constatazione ritengo quindi lecito, nel mio caso, allargare i temi trattati anche ad alcuni argomenti inizialmente non previsti, ma sempre riconducibili ad esperienze da me vissute direttamente. Aprirò quindi una piccola parentesi con alcuni post riguardanti un mio recente viaggio in Sardegna, dove comunque parlerò sempre di buchi, grotte e miniere. A tale proposito, approfitto dell’occasione per ringraziare i miei compagni di viaggio, sempre preparati, comprensivi e disponibili.Il pozzo sacroVisitando la Sardegna per la prima volta, oltre a rimanere incantato dai suoi molteplici aspetti naturalistici, ho cercato di scoprire qualcosa della sua storia plurimillenaria. Varie sono le tracce del passato che si possono ancora ritrovare: nuraghi, villaggi megalitici, tombe dei giganti, domus de janas ed altro, ma se devo pensare a qualcosa di speciale, a qualcosa che mi ha veramente colpito, non posso che citare il pozzo sacro di Santa Cristina.Si tratta di una costruzione a sezione circolare, dotata di una scala di accesso laterale che porta ad una fonte sotterranea. Ci sono altre opere ipogee simili, ma questa presenta delle caratteristiche del tutto particolari.
La tecnica di realizzazione è semplice e si basa sulla sovrapposizione di file regolari di massi regolarmente squadrati, posti in maniera sempre più sporgente (volta a tholos). La modernità assoluta di questo monumento lascia sbalorditi, trattandosi di un’opera risalente a circa 3.000 anni fa. Se fosse stata ideata da un importante architetto contemporaneo, il commento sarebbe “…finalmente qualcosa di armonioso ed originale….”Per questi motivi, risulta quasi stridente il contrasto fra i massi perfettamente lavorati, posti in file orizzontali, e le altre muraglie irregolari e scomposte che si scorgono nelle immediate vicinanze. Viene da pensare che fra le due tecniche di realizzazione sia passato un intervallo di svariati secoli, eppure ciò non vero.La sacralità che traspare dalle pietre è evidente e, visitando il complesso, la mente risale inevitabilmente agli antichi riti legati all'acqua, al culto della fertilità ed allo scorrere dei cicli della natura.Si tratta di una costruzione ipogea che, pur nella sua limitata estensione, emana con i suoi angoli e con le sue simmetrie regolari di pietra una forza quasi palpabile, che i più sensibili avvertono immediatamente. Personalmente, ho avuto la sensazione che questa fonte sotterranea condensi e rappresenti in modo perfetto l’antica cultura dell’isola, anche rispetto ad altri resti famosi come i ben più imponenti villaggi nuragici. Se d’ora in avanti penserò alla Sardegna, alla sua storia ed alle tracce del suo passato, sarà sicuramente l’immagine del pozzo sacro di Santa Cristina quella che mi comparirà davanti agli occhi.L’immagine ritrae l’ingresso della scala d’accesso, visto dall’interno (Foto Guglia).Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 18:46 |
martedì 27 marzo 2007
A completamento di quanto scritto relativamente alla percezione delle grotte, ovvero a cosa si può sentire attraverso i cinque sensi nell’ambiente sotterraneo naturale, ho ritenuto opportuno concludere con un passaggio aggiuntivo, rivolto specificatamente alle cavità artificiali.
Quello che state leggendo è un blog che teoricamente ha come argomento principale proprio le opere sotterranee create dall’uomo e quindi non dovrebbe mancare un doveroso accenno a questi ambienti anche nella trattazione dell’argomento in questione.
Se penso alle cavità artificiali, non mi vengono in mente particolari sensazioni percettive dirette, se non quelle legate all’olfatto.
Come all’ingresso delle grotte è spesso possibile percepire un particolare aroma di muschio e di terra umida, anche i sotterranei scavati dall’uomo sono contraddistinti, in molti casi, da un particolare odore. Le opere sotterranee artificiali molto spesso si sviluppano in città e sono - di norma - ambienti inutilizzati ed abbandonati. Quando si apre, magari con qualche difficoltà, un vecchio portone quasi sigillato dalla polvere e dalle ragnatele, la prima zaffata d’aria che vi raggiungerà non potrà lasciarvi indifferenti. Forse a qualcuno potrà sembrare un odore quasi sgradevole che sa di muffa e di chiuso, ma io vi invito a ripensare al significato di quel soffio leggero che parla di cose vecchie e di tempi andati. Quando entrate per la prima volta in un sotterraneo, l’aria ferma che vi circonda potrebbe raccontarvi di eventi lontani, di uomini e donne che non esistono più da secoli, che hanno lavorato, sofferto e vissuto in quelle camere. Potreste sentire il fluire possente delle energie che sono state impiegate per la realizzazione di quelle stanze, ma anche quello più sottile legato al lavoro quotidiano di chi, proprio in quegli ambienti, prestava la sua opera.
L’odore, quindi, che sentirete è quello della storia, dei secoli che passano, dello scorrere del tempo che, assieme alla polvere, si è depositato anch’esso sulle pietre delle pareti.
Ovviamente, bisogna precisare che non mi riferisco all’invadente e spiacevole puzza che si può riscontrare nel caso di infiltrazioni organiche (vedi spandimenti di fogna): pur essendo un caso patologico, riesco ancora a riconoscere qualcosa di sgradevole nonostante la mia malsana e smodata passione per il mondo sotterraneo. Mi riferisco, invece, al particolare ed intrigante odore che aleggia nelle segrete dei castelli, in alcune cisterne oramai asciutte ed inutilizzate da tempo, nei tanti vani costruiti ed ancora presenti all’interno dei centri storici, nei passaggi che - seppur chiusi e abbandonati da anni - trasudano, nonostante tutto, storie e sensazioni legate alle vicende del passato. Datemi pure del matto, ma io la penso così.Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 23:00 |
mercoledì 15 novembre 2006
Ho già pubblicato una foto scattata durante le esplorazioni effettuate dalla Società Adriatica di Speleologiad all'interno delle estese gallerie di origine militare poste sulla cima del monte Freikofel.Queste altre immagini riguardano sempre le stesse cavità e sono state scattate nell'anno 2001. La sommità di questo monte (m 1757 slm) è stata interessata, nel corso della Prima Guerra Mondiale, da ingenti lavori al fine di adattare la morfologia naturale dell'intera area alle esigenze belliche e difensive del momento. Tali interventi antropici si sono concretizzati nella realizzazione di opere di superficie (trincee, postazioni scoperte, camminamenti, baracche …), nonché di opere sotterranee (postazioni coperte, ricoveri, gallerie, magazzini …).
Negli ultimi anni questa area è stata scelta dall'associazione Amici delle Alpi Carniche come punto privilegiato per l'avvio dei lavori di ripristino dei manufatti e delle opere belliche esistenti, al fine di realizzare un museo permanente all’aperto dedicato alla Grande Guerra.
Risultando indispensabile procedere, oltre che al lavoro di ripristino delle varie opere militari anche alla loro catalogazione, è stata rilevata la necessità di dare vita ad una collaborazione alla quale la Società Adriatica di Speleologia ha aderito con entusiasmo. In questa fase del lavoro sono state localizzate, rilevate e posizionate le cavità sotterranee più estese della zona.
(Foto Guglia)Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 09:09 |
martedì 7 novembre 2006
Gallerie della prima guerra mondiale Molto interessanti risultano le gallerie scavate nel corso della grande guerra proprio sulla cima del monte Freikofel. Durante una collaborazione, nel 2001, con l'associazione che coordina i lavori di ripristino in questa zona, abbiamo rilevato questi ampi vani.(Foto Guglia)
Etichette: Cavità artificiali varie
posted by Paolo at 16:45 |